Sembra ieri

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Erano quattro anni fa, quando a quest’ora entravo in sala parto.

Sei nata alle 6.45, dopo che quella screanzata di tua madre si è addormentata russando, esattamente come tuo padre sullo sgabellino fornito dalle ostetriche. Io che sognavo litri e litri di epidurale, ebbra di quella che avevo già in vena, non vedevo l’ora di tenerti tra le braccia.

E da quel momento sei stata il mio tesoro. Perchè non lo so come hai fatto a crescere così bella e brava, ma soprattutto buona, con quello a cui la vita ti ha messo davanti sin dal tuo primo giorno. Hai dato gioia a me, e continui a darne sempre di più. Curi tuo fratello e lo segui con un amore incredibile. E quando sorridi illumini tutta la casa, mi fai passare i cattivi pensieri e mi contagi col tuo buonumore. Perchè, anche se ti chiamo scherzosamente principessa, a te donerei il mondo se potessi, perchè sei la figlia che tutti vorrebbero avere, e sei l’unica a darmi la forza per sistemare sempre tutto.

Ti auguro di avere la mia stessa fortuna, Chiara, di avere una figlia come te. Auguri tesoro mio.

Le rane dalla bocca larga.

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Scuola, ore 12.30.

“Scusa, sei tu la mamma di Alexander?”

“Si, certo, perchè?”

“Ma lui al mercoledì esce sempre alle 12?”

“Si, dobbiamo andare a Pavia a fare terapia riabilitativa e comunque non fa i pomeriggi…”

“Ah, allora fa terapia…”

Ve la faccio breve. Mercoledì 26 ottobre alle 18.10, durante una riunione dei genitori a scuola, il figlio di questa ragazza è stato massacrato di botte, hanno dovuto chiamare l’ambulanza e dargli dei punti. Lui con trauma cranico e shock non ricorda nulla, nessuno ha visto niente, ma le illazioni di un gruppo di merde che identificherò hanno detto che era colpa di mio figlio.

Il capro espiatorio, l’unico che non si può difendere. Perchè eravamo fuori dall’orario scolastico, la direzione dice di non poter fare nulla… ma io si, e domani non la passano impuniti. Che dare la colpa a un’altra persona dei propri misfatti è già da merde, fare illazioni sulle sue terapie individuali è da stronzi, e non si devono nemmeno permettere. Dire che sono furente è poco. Questa è la scuola pubblica, questi sono i genitori delle generazioni future.

Standard

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Una delle cose che più mi infastidisce al mondo è la standardizzazione, la catalogazione, il fare di tutta l’erba un fascio.

Ci sono parametri oggettivamente incontrovertibili, quelli ad esempio dei valori ematici, troppo alto, troppo basso, se è un livello delle piastrine lo posso capire. Per tutto ciò che riguarda la psiche però forse andrebbe fatto un passo indietro, lasciata la matematica applicata, le formule, i test a risposta multipla, e guardato l’individuo con una maggiore profondità e voglia di capire.

A tre anni e qualche mese, Alexander era sotto OGNI aspetto catalogato come bambino autistico. Pensate a quello che ho potuto provare io, la stessa ragazzina idiota che guardava con compassione Rain Man, a sentirmi dare un verdetto finale così. Poi con gli anni, beh, è successo di tutto, e lui, a un tratto, non lo era più.

Cos’ha? Non lo so, non lo sanno, non è dato saperlo. Questo perchè ci sono delle scale di valutazione, dei test, non esistono metodi oggettivi REALI per sapere nulla.

Ma veniamo ad altro. Avete figli? Se ne avete, ve lo dico dal profondo del cuore, vi auguro stiano bene. Si, perchè altrimenti comincerà per voi un calvario che, se non avrete la forza di buttar fuori tutta la merda che avrete dentro, non lo passerete indenni. Io ho avuto la fortuna incredibile di essere una persona con la faccia peggio del posteriore, e di aver messo tutto qui, in piazza, su queste pagine, per esorcizzare, per confrontarmi, per parlare e per tirar fuori il fiele. Altrimenti mi sarei dovuta fidare, sedendomi, dei professionisti.

“Alexander è refrattario ai cambiamenti, ha bisogno di routine, deve sempre avere un percorso quotidiano da fare” e a me subito viene spontaneo “ma che due coglioni, tutti i giorni le stesse cose…”. Perchè? Perchè per la maggior parte degli autistici questo è lo standard. Ma la maggior parte non vuole dire TUTTI. Lui ad esempio si annoia con una facilità estrema, ed essendo di natura curioso come un gatto, vuole vedere cose, girare posti, provare esperienze diverse. Ma ciò, per la vecchia NPI, non andava bene, quindi ti prendi carico dei rischi e lo fai di tua spontanea volontà. E il bambino sta bene.

“Ho sentito a un convegno che per parlare agli autistici non bisogna guardarli negli occhi” e io penso “si, di solito anch’io gli fisso il piloro quando gli parlo”. E hai partecipato a un convegno per immagazzinare una tale stronzata? Ma soprattutto hanno fatto fare un convegno a uno che dice tali cazzate? Gli autistici hanno un contatto oculare pressochè inesistente, sfuggente. Alexander ti fissa, ti cerca, si esprime molto bene con la mimica facciale, immagino gli faccia piacere la maestra gli parli guardando la sua compagna di classe…

“Questo metodo è il MIGLIORE per facilitare la comunicazione, vedrete che…” e poi a casa lui prende le icone della comunicazione augmentativa, mi fissa negli occhi, e con lo sguardo carico di odio le rompe in mille pezzi. Magari perchè vorrebbe parlare anzichè indicare un disegnino che pure io fatico a capire? Forse perchè ha bisogno d’altro e nemmeno lui sa dirmi come? O più semplicemente perchè non gli piace, non lo capisce, cazzo, ma un po’ di versatilità nei metodi no?

Questa è la pecca di chi segue i malati neuropsichiatrici. Sono pochissimi davvero, non potete immaginare, i terapeuti, i medici, gli assistenti, gli educatori che siano volti a capire l’individuo piuttosto che applicare i metodi imparati a memoria nella carriera scolastica. Io da mio figlio imparo ogni giorno. Mi mangio il fegato a litigarci, non potete capire quanto, perchè miseria non è semplice trovare un linguaggio comune per poter dialogare, e non ci sono vocabolari di Alexandrese-Italiano, li stiamo creando noi, ora dopo ora.

Quello di cui non smetterò mai di ringraziare il mio piccolo disastro di ometto è di avermi insegnato ad ascoltare, a valutare, a riflettere, ad osservare. Non ero così “profonda” prima che arrivasse lui, in questi anni sono molto cambiata. Mi ha insegnato a non arrendermi alle apparenze, a cercare i motivi, i punti di incontro di due rette apparentemente destinate a non incontrarsi mai. A mettermi in gioco, a costruire un metodo dissacrante e funzionale, a non arrendermi a una definizione, a uno standard, a un bollo del cazzo appiccicato da chi non aveva voglia di far fatica e ha fatto prima a dirci “seguite i punti da uno a dieci e mettetevi l’anima in pace”. Si, perchè la fatica è quella che mi ammazza. Avessi una giornata di 80 ore di cose ne farei molte di più, fossi Wonder Woman anche. In ogni caso non mi fermo. E ora sto andando avanti, senza falsa modestia, anche molto bene. E la cosa più bella è che ora andiamo avanti insieme.

Giù le mani da(l cuore di) mio figlio

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Pensavo che dopo lo scorso anno non si potesse peggiorare, pensavo che dopo le parole dette e verbalizzate dal nostro avvocato durante l’ultimo incontro con quella che purtroppo è ancora la nostra attuale Direttrice Scolastica, almeno qualche promessa venisse mantenuta “Faremo di tutto perchè E. ci sia ancora il prossimo anno per Alex, daremo il nostro meglio per…”

Per?

Settimana 1 (12/16 Settembre)

Siamo ancora in attesa di sapere se la Dott.ssa E., sostegno dello scorso anno, è stata riconfermata in graduatoria come richiesto dalla scuola.

Ci sono state assegnate venti ore di ASSISTENZA ALLA PERSONA da parte del Comune. Per chi non lo sapesse un assistente alla persona è un collaboratore ausiliario, NON UN INSEGNANTE che si occupa di (cito normativa CCNL) “ausilio materiale agli alunni portatori di handicap nell’accesso dalle aree esterne alle strutture scolastiche e nell’uscita da esse. In relazione alle esigenze emergenti nel sistema formativo, con riguardo anche ali’integrazione di alunni portatori di handicap e alla prevenzione della dispersione scolastica, partecipa a specifiche iniziative di formazione e di aggiornamento. Vanno comunque garantite, anche attraverso particolari forme di organizzazione del lavoro e l’impiego di funzioni aggiuntive o l’erogazione di specifici. compensi, le attività di ausilio materiale agli alunni portatori di handicap per esigenze di particolare disagio e per le attività di cura alla persona ed ausilio materiale ai bambini e alle bambine della scuola materna nell’uso dei servizi igienici e nella cura dell’igiene personale”. Nel nostro caso è stata riassegnata B., come lo scorso anno, ex educatrice della scuola materna, che per alcuni mesi si è documentata e confrontata con la precedente insegnante di sostegno E., bravissima psicologa, per come interagire al meglio con mio figlio facendolo riuscire a raggiungere determinati traguardi.

Sino al mercoledì 14 nessun sostegno. Giovedì 15 e venerdì 16 si presenta M., ragazza solare e volenterosa, già pratica di disabilità, con cui, in soli due giorni, Alexander instaura un bellissimo rapporto e comincia a concederle la sua fiducia. Venerdì ci salutiamo con “Spero davvero di essere assegnata a lui, lavoriamo davvero bene insieme, vado ora a Pavia a consultare le graduatorie”. Ovviamente è stata destinata altrove e non l’ho più vista. Caso mai mi leggesse, la ringrazio per quegli unici due giorni di calma.

 

Settimana 2 (19 Settembre – oggi)

Lunedì. Vedo l’assistente alla persona all’ingresso a scuola “Oggi arriva la nuova insegnante di sostegno, speriamo bene, incrociamo le dita”. Alexander come ogni mattina le prende la mano sorridendo e se ne va felice.

Alle 12.30 vado a prenderlo. Si presenta I. Tralascio le mie considerazioni personali, le ho già fatte altrove. Vado al dunque. I non ha mai lavorato con disabili e non ce la fa a stare con bambini come lui. Richiede la compresenza dell’assistente alla persona, non sa da che parte cominciare. Starà con lui sino al 28 ottobre, poi non si sa. Una mamma di fianco a me vede mio figlio uscire dalla scuola e mi dice, ironica “Che faccia ha? Gli è morto il gatto o l’hanno condannato a morte?” Escono gli altri bambini e.. oh, toh… il suo sostegno dello scorso anno… ma come, non era in graduatoria per il sostegno? Eh, già, peccato ora faccia SUPPLENZA A UNA PRIMA CHE HA LA MAESTRA IN MATERNITA’ (ricordate le parole della DS? Faremo l’impossibile per mantenere lei in caso di nomina…). Alexander la vede con la coda dell’occhio, mi tira verso di lei e io gli sussurro “Amore, ora E. ha un’altra classe… non puoi andare da lei…” Alexander sale in macchina e scoppia a piangere. A dirotto. Per minuti interminabili.

I giorni passano. L’assistente alla persona è sempre più disperata. “Non ho più parole, non posso parlare…” “Eh, B…. oggi parlerò io” le dico. E una maestra a fianco “Signora, lo faccia in fretta, stanno rovinando sia gli alunni che hanno difficoltà che tutte le classi a loro collegate”. Vi dico solo che fatico a capire quando questa nuova insegnante mi parla. Immagino mio figlio che ha problemi di linguaggio e comunicazione… “Barbara, oggi è stato uno strazio” mi dice l’assistente alla persona “lasciarlo andare in classe con lei. Piangeva a dirotto e mi si attaccava ai vestiti, è persino scappato fuori con lo zaino”

E mentre me lo dice, vedo uscire anche la prima con il suo sostegno che fa supplenza, che incrocia il mio sguardo con uno triste che non ho parole per descrivere.

Ora. Io non posso lavorare. I miei orari utili sono dalle 9.15 alle 12.15 e dalle 23 alle 2 di notte. Quindi lavoro da casa, prendo una miseria tolti iva e tasse, e non arrivo nemmeno a fine mese. Quello che ho lo spendo tutto in spesa, bollette e terapie riabilitative per mio figlio. Forse se mia madre mi aiuta, riuscirò a far fare qualcosa anche a Chiara, che vorrebbe andare a ginnastica con le compagne, ma ancora non lo so. Una cosa è certa. Ho messo la casa in vendita, se necessario la ipotecherò anche, ma io da questa cosa ci devo uscire, perchè, cara Direttrice Scolastica, in un anno di turnover di decine di insegnanti, sei riuscita a dirmi che sono un cattivo genitore perchè non ho messo mio figlio in una scuola speciale, avendo seguito le direttive di uno psicologo sicuramente inferiore a te in preparazione, e soprattutto a farlo diventare insicuro, arrabbiato col mondo e triste. Perchè viene trattato come un paria, relegato in una classe individuale, perchè è comodo dire che “gli serve quello”. No, va integrato. Alexander adora stare in mezzo alla gente, lo sai che per farlo divertire andiamo insieme a far la spesa, o cuciniamo, o creiamo gioiellini per amici e per beneficienza? Alexander sa essere uno stronzo di prima categoria, ma lo fa in una sola situazione: quando viene trattato male, demotivato, ridicolizzato, sminuito, lasciato in un angolo.

Non li abbiamo i soldi per il ricorso al Tar, non li abbiamo. Ma troverò chi mi aiuta, ho dei buoni amici, sono in contatto con associazioni, io questa non te la faccio passare liscia.

A mio figlio basterebbe qualche ora con una maestra competente, e invece voi avete tolto a lui e a noi la fiducia in un organo statale con ottime possibilità di funzionamento come la scuola pubblica. E non venirmi a dire dei tagli. La maestra è lì. Solo assegnata altrove. Altro che continuità didattica. La tua ennesima promessa da marinaia. Ecco, marinaia, ora son quasi certa che, adesso, ti farò affondare io.

Se mio figlio fosse un’auto

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Eccolo. Lo pensavo ieri notte, mentre si stringeva a me forte forte nel lettino per addormentarsi. Alexander è una splendida fuoriserie, nera, lucente, irresistibile, veloce, performante, che non posso targare.

No, niente da fare, la motorizzazione non me la omologa. E’ che.. diamine, c’è qualcosa che non va nel suo impianto elettrico. Perchè sulla carta andarci in giro sarebbe fantastico, praticamente un sogno. Lui è perfetto, non ci sono obiezioni, e non è un parere soggettivo o di parte il mio. Purtroppo capita che funzioni solo l’accensione del motore. Poi inserisci l’indicatore di direzione e suona il clacson. Accendi la radio e si ingrana la prima. Metti la retromarcia e suona l’antifurto. E nessuno sa come possa succedere! E’ stato tre anni in un’officina rinomatissima, ma invece di uscire riparato, era ancora più malconcio, pieno di bozzi ed impolverato, persino mi avevano proposto di mettergli il gasolio al posto della benzina, cioè, vi rendete conto?

Allora me lo sono portato in garage, l’ho lucidato, amorevole, tutti i giorni, tutto il giorno, ed ogni tanto, imparando quali bizzarrie comandava la sua centralina elettronica HHT, riuscivo anche a fare il giro dell’isolato. Però poi le cose sono ricominciate a peggiorare, e nelle officine non c’era mai posto, o non erano abbastanza preparate. L’ultima poi, me lo teneva lì su un ponte, da solo, sollevato, con le ruote a penzoloni. A volte si scaricava talmente la batteria che non si accendeva nemmeno più e poi al ritiro erano tutti problemi miei ritrainarlo in box. E ci deve per forza andare tutti i giorni, fa parte delle procedure per la targatura…

Adesso ha cominciato a frequentare un nuovo posto dove fanno principalmente revisioni e mettono il bollino blu. Pare che insomma, quando la centralina viene tarata lì, per qualche minuto possa andare in giro tranquilla come se fosse un’auto che funziona, perciò magari boh, tra qualche anno, quando avranno trovato l’origine del guasto e l’avranno risolta, magari lo posso targare ed usare normalmente.

Si, perchè ora è un pericolo. Per chi lo guida e per chi è a bordo, e per sè stesso. Non sai mai a quale azioni corrisponderanno i comandi. Se le portiere si apriranno in corsa, se invece di frenare accelererai.

Avessi ancora io l’officina, lo porterei nel reparto elettrauto, aprirei il cofano, attaccherei l’hht alla presa vicino al vano fusibili e farei un test approfondito per capire cosa non va. E magari ordinerei una nuova centralina. La cambierei in un paio d’ore di manodopera. E finalmente la mia splendida auto potrebbe andare veloce nel vento di una strada panoramica lungo la costa azzurra.

Però il mio bimbo non è una macchina. Il mio bambino è una creatura diversa ed incontrollabile. Ma la cosa che mi fa più male è un’altra. Che di tutte le “officine preposte alla riparazione” non ci sia uno straccio di “meccanico” che sappia trattare il suo problema e risolverlo, o per lo meno mitigarlo. Ma sinora siano stati tutti degli sfasciacarrozze travestiti da tecnici certificati. E noi, invece, vogliamo viaggiare.

Selezioni durissime

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Secondo giorno di scuola.

Il Comune ha deciso che gli ultimi 500m di strada senza uscita che terminano all’ingresso della scuola DEVONO essere chiusi, i genitori devono portare i figli a piedi, qualsiasi siano le condizioni meteorologiche. Ha anche tolto lo scuolabus, eh, mica cotiche, per incentivare l’uso del Pedibus, una splendida iniziativa del nostro solerte Sindaco. Certo. In un paese dove per il 90% del tratto urbano non ci sono marciapiedi è proprio l’alternativa intelligente.

Stamane per arrivare a scuola (io abito a circa 2km di distanza) ho trovato un traffico che manco fossimo a Milano ma ho evitato il blocco in quanto titolare di contrassegno disabili, ed ero esentata dalla disposizione. Buon per me, che per Alex sconvolgere le abitudini è sempre un caos.

Non sapevo però del nuovo divieto. Quello che le macchine non possono entrare nella strada ma… i genitori non possono più entrare NELLA SCUOLA!

A parte la mia condizione, non vi dico i genitori dei bambini di sei anni, al SECONDO giorno di scuola che vagavano spaesati nell’androne perchè, poverini, non ricordavano dove fossero le loro classi! Ma la ciliegina sulla torta, è stato il nuovo bidello. Da me scambiato per un manovale all’ultimo anno di lavoro, prossimo alla pensione. Altezza circa m 1.55 (quindi un venti cm in buoni più basso della sottoscritta) che faceva da buttafuori all’ingresso. Non ha fatto passare nessuno.

Io, purtroppo, dovevo per forza entrare ed accompagnare mio figlio, perchè devo consegnarlo all’insegnante di sostegno.

“Dove crede di andare, non può entrare”

“Mio figlio è disabile, devo accompagnarlo e lasciarlo alla maestra di sostegno”

“Si, disabile quello…”

Ah. Ahahahah.

Respira, inspira, espira.

Non ho avuto tempo di dire nulla. Se non di temere la sua lapidazione. Una madre lo sposta di peso, l’altra gli urla di vergognarsi, due mi spingono dentro, le altre lo massacrano di insulti. E’ stato, vi giuro, bellissimo.

Ma dove seleziona la nostra amata direttrice scolastica il suo personale nuovo? Nelle merendine o nelle sorpresine della SanCarlo li trova? La bidella storica mi ha chiesto scusa tre volte, questo ZOTICO nemmeno un accenno.

Poi mi dicono di non sputare nel piatto dove mangio e denigrare la scuola pubblica, ma se solo vedeste le umiliazioni quotidiane che questa gente ci fa passare, forse mi assolvereste un po’.

Disabili a tempo determinato. Solo ASL, astenersi perditempo.

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Bene. L’invalidità totale è accertata.

La mia impossibilità ad un lavoro normale altrettanto.

Sino ad ora si è campati di indennità di frequenza e telelavoro.

Certo, sinchè Alexander è cominciato a migliorare, non lo si è tolto dal “centro di recupero” (peste li colga) e si è iniziata una terapia diversa, con risultati stupefacenti. Questo con estrema gioia di terapisti, parenti, amici.

Venerdì scorso mi reco all’Inps, ente erogante della indennità di frequenza per consegnare il solito modulo di dichiarazione di frequenza di Alexander a scuola e mi trovo una simpatica sorpresa.

“Signora, il Centro che avete scelto per le terapie riabilitative è un centro privato, quindi la pensione non verrà erogata per tutti i 12 mesi, ma solo per quelli di frequenza scolastica”

Si, perchè se avete un figlio disabile, da portare due volte alla settimana a fare terapia, per un totale di circa 500 km al mese, più visite, esami e altro, si arriva agli 800, beh, accertatevi di aver bisogno di un centro convenzionato o di diretta dipendenza ASL, altrimenti son cavoli vostri. Non solo non percepirete l’indennità da luglio a ottobre, ma dovrete anche restituire quella che vi hanno dato gli anni precedenti in quei mesi.

A questo punto mi sovvengono tre quesiti:

1) non era possibile comunicarmi già lo scorso anno che non mi spettava l’indennità, in modo tale che ora non mi ritroverei MILLEDUECENTO EURO DA RENDERE?

2) se non esistono centri pubblici dove venga utilizzato il metodo di psicomotricità, l’unico, che ha fatto progredire mio figlio, perchè io non ho diritto a farlo curare e beneficiare del supporto dello Stato, giacchè lo stesso non è organizzato per i nostri bisogni e io devo pagare altrove?

3) dove li trovo quei soldi ora?

Caso mai leggeste e aveste suggerimenti, ben grata sin da ora. Il mio profilo Linkedin con le competenze è questo, non mi spaventa il telelavoro, nè un eventuale part time in zona Milano Pavia. E comunque, grazie ancora Italia, perchè mi fai sentire sempre un pezzente che deve chiedere l’elemosina per avere qualcosa a cui tutti dovremmo aver diritto: assistenza e lavoro.

My hurricane

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Era l’agosto del 1992, e io ero a Miami, dove passavo molti mesi l’anno per lavoro.

(more…)

Genitore di serie B

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Quando ci si separa, si è consapevoli di ciò a cui si va incontro, delle difficoltà, dei problemi, dei sacrifici. Ma spesso non si calcolano le reazioni dei figli, involontarie o no.

La mia separazione è ormai molto pacifica, siamo due genitori ben allineati sull’educazione dei figli, e su come comportarci con loro. Quello che segue è solo una mia paranoia personale, che ben dista dal criticare il mio ex marito.

Io sto con i bambini dalla domenica sera al giovedì sera della settimana dopo, cioè undici giorni, il mio ex marito i seguenti tre, e via dicendo. Questo perchè sino a fine del prossimo anno lavorerà all’estero.

Questo vuol dire che io sono il genitore di serie B.

Quello che dalla mattina alla sera deve: lavorare, pulire, cucinare, portarli a scuola, portarli dal medico, fargli fare i compiti, le cose noiose, trascinarli qua e là, dargli le medicine, lavorare, pulire e cucinare. Senza contare che, avendo i bambini praticamente 11 giorni su 14, l’unico lavoro che posso fare è un telelavoro. E questo mi preclude, oltre a molte notti di sonno, dovendoli seguire di giorno, di poterli portare a fare gite ed altro, vista la situazione economica.

Il papà invece può farlo, li tiene il weekend, in cui non si lavora, non si va a scuola e non si fa altro che riposarsi, giocare e andare in giro. I bambini quindi non si annoiano, si divertono e basta.

Mi son bastate queste vacanze, a capire ciò che può e non si può chiedere ai bambini.

Che capiscano i sacrifici. Che capiscano che mamma più di così non può. Che solo uno dei due genitori può andare a lavorare, che Alexander alla fine dei conti non lo tiene nessun altro che noi. Ma mamma è solo una povera pazza nervosa, che sta al pc ogni tanto. Che non li porta al mare se non due o tre giorni l’anno. Che deve pulire e stirare sennò la casa diventa un manicomio e magari non può giocare con loro tutto il tempo. Quindi papà manca, perchè con lui ci si diverte. Mamma no, tanto è sempre lì, e con lei si fanno una marea di cose noiose oltre ad avere numerose regole.

I bambini non posso capire, forse capiranno. O forse no.

Certo è che la mia coscienza a posto non mi risparmia pianti ogni due per tre e un enorme, soffocante, senso di inadeguatezza.

13 ottobre 2010

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Sì. E’ vero, ultimamente sono negativa… però vorrei raccontarvi qualcosa di bello che ci è successo qualche mese fa.

Il 13 ottobre, mio figlio venne a chiamarmi in cucina, mentre io cucinavo e lui giocava sull’altalena. Mi portò in giardino e mi indicò una macchiolina bianca nera e marrone che stava appoggiata triste, al di fuori della rete del giardino. Un cagnolino. Alexander ha sempre avuto una paura atavica dei cani, del tipo che se ne vedevamo uno a Roma, lui era già corso sino in Croazia. Quindi capirete quanto la cosa mi lasciasse parecchio basita. “Lo vuoi? Lo portiamo in casa?” e subito la risposta fu un deciso si con la testolina. Facemmo il giro dell’isolato sino ai campi coltivati, feci un fischio al cane e questo, come se fosse la cosa più normale del mondo, ci seguì sino in casa, sistemandosi subito sotto al caminetto, sdraiato.

Mi vide la vicina “sai, sono tre giorni che quel cane sta sdraiato col muso sulla tua rete… se non lo prendevate voi, stavo per convincere mio marito” e subito pensai “col cazzo, lo vuole Alex ora è nostro :D

Chiamo la mia amica e insieme portiamo la bestiola dal veterinario, per una visita e un’eventuale ricerca dei padroni. Il cane era evidentemente provato dalla fatica, ma era pulito sino all’inverosimile, non aveva nemmeno un acaro nelle orecchie, però purtroppo aveva il microchip. Già ero triste, avrei dovuto chiamare il padrone… Dopo una veloce ricerca, il veterinario mi disse “si, il cane è chippato, ma non è registrato… forse è una disattenzione, le dò il numero della dottoressa che ha messo il chip, provi a contattarla”

Chiamo. Una persona ADORABILE è dir poco. Scoprì che il cane condivideva con mio figlio il giorno di nascita, e che proveniva da pochi metri da dove andava mio padre a caccia… il che equivale a circa QUARANTA km da casa nostra. Come sia arrivato qui non si sa. So solo che le persone che lo avevano adottato avevano preso il cane e poi mai portato i documenti alla veterinaria, non lo avevano mai cercato ed erano due ragazzini poco più che maggiorenni, che si erano pure presi poco cura di lui. Visti i pregressi, la dottoressa sapendo quanto Alex teneva al cane e la sua precedente avversione ai canidi ora scomparsa, ci ha intestato il cane. Ho conosciuto la sua mamma animale e la sua mamma umana, durante le visite, che non hanno mai smesso di ringraziarmi. Ho ricevuto le foto della sua nascita, le foto dei fratellini mentre ancora poppavano.

Eric vive con noi da quel giorno. E’ un cane incredibile, di una educazione ed intelligenza che nemmeno nella dozzina di cani avuti da ragazza avevo mai trovato. Ha una pazienza con Alexander pazzesca. Lo redarguisce, ci gioca, scherzano, si inseguono e… giocano a palla. I bambini se lo contendono e, come loro, tutte le persone che lo incontrano. E non solo: dopo pochi giorni che era qui, anche Witch, gatta femmina di dieci anni più grande, lo ha praticamente adottato. Se volete sbirciare un po’ la storia fotografica del nostro Eric, la trovate qui insieme alle foto della sua compagna pelosa :)

Cucciolo di uomo

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Avete mai fatto caso che i bambini spesso vengono chiamati “cuccioli”? Cuccioli di uomo.

Perchè sono piccini, innocenti, indifesi, dolci. Poi crescono, ti fanno capire le loro necessità, ti impongono le loro preferenze, discutono, ribattono, criticano, urlano, parlano.

Mio figlio no, è sempre un cucciolo.

Prima lo guardavo, mentre sfogliava un Topolino cercando una specifica pagina, e trovata me lo portava trionfante indicando la pubblicità di un gelato che avrebbe voluto gli comprassi.

O come quando lo vedo mettersi seduto e piangere, apparentemente senza motivo, sinchè sua madre va lì, lo tocca un po’ qua e là e vede una puntura d’ape su cui mettere del ghiaccio e della pomata specifica.

Non mi può comunicare nulla di complicato, solo i suoi bisogni primari: cibo, bisogni fisiologici, acqua, sonno.

La frustrazione che attanaglia lui, spesso si fa avanti in me centuplicata. Ora che, poi, si sono aggiunti nuovi e devastanti problemi, mi sento sempre più impotente perchè il tempo che ci vuole a sconfiggere questa “cosa” è tantissimo, e ormai nè io nè lui abbiamo più pazienza.

Non so se è annoiato, e se lo è perchè. Credo sia felice perchè vedo un sorriso sulle sue labbra, ma chissà se è davvero felice o pensa a qualcosa di bello. Dalla sua voce sento solo “mamma” e “no”. Il resto son solo sillabe sconnesse.

E quando mi prende la mano per portarmi da qualche parte, vedo lo stesso comportamento del suo cagnolino quando mi tira i pantaloni per farmi andare in cucina. Quando mi indica il frigo vedo il suo cagnolino che mi guarda dando testate sulla dispensa perchè ha fame.

E scusatemi, continuo a pensare che se ci fosse un cazzo di Dio, non lascerebbe mio figlio con la stessa capacità espressiva di un animale.

E una fetta di culo, no?

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Sono stressata, da me stessa e dagli altri.

Che, ogni singolo giorno ci sono quelli che ehi, lavori al pc, che figata, non fai un cazzo tutto il giorno e puoi lavorare la sera. Certo, perchè 12 ore con due figli a casa, di cui uno con i problemi di Alexander, sono una passeggiata di salute, la tranquillità estrema, lo zen dei sensi. E alle undici quando li metti a letto e stai sveglia sino alle due o alle tre, per poi alzarti alle sette del giorno dopo è una vita della madonna.

Poi, eh, si, signora mia, quelli che oh, per come sei ora (leggasi GRASSA) non puoi che piacere a uno di 50/60 anni, chi cazzo ti piglia come sei messa tra i tuoi coetanei? Ma vai da una dietologa, fai palestra. Tutte cose che posso largamente permettermi vivendo con 1200 euro mensili in tre persone. Tutte cose che vengono elargite in abbondanza dalle Onlus.

Le stesse persone per cui ogni singola sfiga, da quella economica, a quelle di salute di mio figlio, sono derivanti dalle mie scelte, sbagliate, tutte, sin dalla prima. Matrimonio sbagliato, figli che sarebbe meglio non aver mai avuto, li hai voluti ora son cazzi tuoi, il lavoro non te lo sei potuta tenere perchè hai voluto fare la madre, e guarda ora come sei ridotta, che pena che fai.

Poi ti fai una serata fuori e oh, sei sempre in giro. Ma lo vuoi capire che hai una certa età (si, 36 anni, quindi?) e non è il caso di andare fuori a bere la sera o a ballare (ultima volta un anno e passa fa) e dovresti pensare a stare con i tuoi figli e non vedere il weekend che sono dal padre come relax. Ma da cosa cazzo ti devi riposare, tu, che sei quella che non fa un cazzo? Non fai un cazzo nella vita, lavori tre ore al giorno, la sera, che cazzo hai da essere stanca?

Il fatto che vorresti lavorarne venti di ore, in un ufficio, con persone con cui puoi parlare e confrontarti, ma non puoi allontanarti da sta cazzo di vita di merda che ti opprime, non puoi lasciar soli i tuoi figli, non puoi pensare che nessuno si prenda carico di Alexander è totalmente irrilevante, no? Sono io che con le mie scelte ho creato tutto questo. Io. E ora pago. Io.

E puntualmente mi sento buttare letame addosso per come, a fatica, riesco a tenere la testa appena fuori dal liquame.

Finirà come la volta prima. Che sino all’ultimo giorno sarò la povera scema. La povera stronza. Quella patetica, che ha avuto anche l’ardire di lamentarsi di questa magnifica vita. Fottiti.

Che poi…

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Non è che mi ci vorrebbe molto.

Magari stare meglio, somatizzare meno. Non vomitare l’anima ogni volta che mi lascio andare alla rabbia, non svenire a metà pomeriggio perchè ho avuto una discussione acerrima, sinchè non mi chiamano da scuola preoccupati.

Un sorriso, di quelli che ti scaldano il cuore, uno di quelli che non vedo da troppo tempo, sincero, disinteressato, vero.

Parole, quelle che ogni giorno che passa temi di non udire mai, le stesse parole che tagliano un uomo in due se usate bene, a volte fanno ancor più male se non sono dette. Mai dette.

L’amore. Quello totale. Quello che tristemente non credo di aver mai provato in 36 anni e che molto probabilmente non fa per me.

La soddisfazione personale, quella a cui ho dovuto rinunciare per il bene delle altre persone, lavoro, hobbies, passioni, tutte dietro le mie spalle, tutte lì, come spilli, infilati ancora nel cuore che non smette di sanguinare.

Un fisico che non mi tradisca, che la smetta di aver bisogno di medicine su medicine, che torni a sorreggermi, prima che stremata da tutte le schifezze che sono obbligata a prendere diventi una balena obesa ancor più di quanto lo sono adesso, che già mi fa schifo guardarmi.

Forse anche la speranza, che ultimamente fatico a trovare. Lascia il posto all’acredine, all’amarezza, alla malinconia e al rimpianto.

Già. Non è poco. E’ tanto quello che mi serve, e non si possono trovare tanti tesori tutti insieme. Forse dovrei cominciare ad abbracciare l’idea che anche uno solo di questi potrei farmelo bastare. E’ che la voglia che qualcosa o qualcuno mi prenda per mano e mi aiuti è così forte, che ogni tanto mi trovo sopraffatta da lei.

Periodi. Ne ho passate tante, passerò anche questa. Forse.

Il problema, ora, è che non sono più forte. Sono stanca, stanca, stanca. Stanca. Stanca.

Per fortuna i gatti hanno tante vite…

2

Mesi fa mi sono lesionata la cornea sinistra, e in poco tempo son riuscita a guarire.

Due notti fa ho cominciato a sentire un dolore fortissimo, come se un chiodo mi partisse da dentro il cervello e mi pungesse il retro del bulbo oculare, una roba atroce, tanto che ieri mattina mi son fatta accompagnare dal cogenitore ex-marito in pronto soccorso oftalmico. Purtroppo l’attesa era lunga, lui aveva altri appuntamenti perciò a un certo punto gli ho detto di andare, caso mai sarebbe ritornato dopo.

Ovviamente, per la legge di Murphy, appena lui va via mi chiamano.

Senza scendere in grandi dettagli, la stessa cornea aveva una lacerazione molto più estesa, è stata necessaria una procedura di sistemazione stile “Arancia Meccanica” e io sono uscita con un occhio completamente bendato, la faccia pesta, l’altro occhio anestetizzato e con la pupilla dilatata, pieno di una pomatina grassa che mi lasciava intravedere tutto come se avessi la “calza” delle telecamere :D Ma soprattutto, ero lì da sola.

“Mamma, ciao, sono uscita, ehm non potresti venire a prendermi? Ah, si, ok, non conosci Pavia, beh, mi arrangio”.

Mi dicono che i taxi sono appena fuori dall’uscita del San Matteo, mi armo di coraggio ed esco. Un sole della madonna, io ad ogni passo stavo sempre peggio e per di più mi girava la testa.

Intravedo una signora in carrozzina “Scusi, l’uscita è di là, vero?” “No, è dall’altra parte, se vuole spingermi la accompagno” “Signora, abbia pazienza, vado da sola, che almeno se cado faccio da me e non rischio di farla finire sotto una macchina… grazie” Seguo il filo del marciapiede e vado. Esco. La strada… Lontano vedo una macchia arancione e penso – oh, il cartello dei taxi, fico! – solo che poi realizzo che mi trovo a dover attraversare una strada a doppia carreggiata per senso di marcia, senza semaforo. Vicino a me c’è qualcuno. “Scusi, non è che posso attraversare con lei?” e non mi risponde. Tolgo gli occhiali, faccio vedere la benda e aggiungo “Non ci vedo, sono uscita ora dal San Matteo” “Ah, scusi, si, si figuri, mi dia la mano” e attraverso. Aspetto ma di taxi nemmeno l’ombra. So che lì vicino c’è un’edicola e chiedo “Signora, scusi, ma i taxi?” “Ahhh, qui non vengono mai. Deve andare in stazione, col bus numero 3″ Faccio per cercare il portafoglio ma non riesco a mettere a fuoco nella borsa, continuo ad avere le vertigini ma il cervello ancora mi funziona. Ricordo di avere in tasca due euro, glieli do e mi prendo il biglietto.

A fatica intravedo la pensilina. Scorgo, credo :D, una signora anziana con un ragazzo. “Signora, scusi, se arriva il tre mi potrebbe avvisare che devo prenderlo?” anche lì, nessuna risposta, tolgo gli occhiali, mostro il disastro “Non ci vedo…” “Ah, scusi, sa con tutti i malintenzionati che ci sono… mi dia il braccio che quando arriva il tre mio nipote ci carica entrambe” Poco dopo arriva il bus. Mi concentro, ce la posso fare. Ovviamente cedo il passo alla signora, resto indietro, non vedo l’ultimo scalino e finisco IN BRACCIO al conducente. “Senta abbia pazienza, non ci vedo, non ho visto lo scalino…” “Dove deve scendere?” “In stazione…” “Ecco, allora si metta qui vicino a me che la avviso io” Ewwwiwwwaaa, qualcuno che mi aiuta. Si, ma damn, devo obliterare… una vecchietta mossa a compassione mi oblitera il biglietto, mi sistema in un angolino vicino all’obliteratrice e mi offre persino il suo posto a sedere che rifiuto avendo solo poche fermate.

Arrivo, scendo, saluto e ringrazio. Mò son di nuovo sola. E’ mezzogiorno passato, ci sono trenta gradi, non vedo un cazzo, sto male. Però la stazione la conosco. A tentoni, per evitare le aiuole, arrivo al deposito dove, ovviamente, non ci sono taxi.  Mi attacco al palo del cartello perchè mi viene un capogiro e, a mò di Mr Magoo, vedo che esiste un numero di radiotaxi da chiamare. Istantaneamente lancio una maledizione all’edicolante che me lo poteva anche dire e non vendere un biglietto. Ravano nella borsa, cerco il telefono e ringrazio il cielo che l’androide ha i tastoni numerici enormi, chiamo e prenoto.

Dopo cinque minuti esatti arriva il mio taxi, vedo la macchina bianca (o meglio la sua sagoma) mi alzo a fatica dal marciapiede dove mi ero messa per non rotolare per terra ma… una ragazza sudamericana esce di corsa dalla stazione e sale al volo sulla mia auto fermandola pochi metri prima di me. Scene da delirio, un vecchietto che la insulta per il gesto maleducato, tenta di lanciargli oggetti e preso dalla pena e compassione, si siede lì vicino a me e mi chiama un’altro taxi col suo cellulare.

Finalmente arriva la macchina, chiacchere di rito, mi riporta a casa dove mia mamma mi aveva preparato il pranzo “prima che ti prendi fuoco col gas” O.o

Pago, spero mi dia il resto giusto, e scendo mentre la figlia lo chiama e lui ci fa una lite mostruosa al telefono. Citofono, questo fa inversione, non vede il muro dell’ingresso di mia mamma, “aggancia” la portiera di guida della sua utilitaria e… la porta si stacca e cade a terra.

Oh, io son corsa dentro, prima che questo si incazzasse con me, ho mangiato qualcosina e poi sono andata a morire nel letto.

Oggi ci vedo, non ho più dolori, l’occhio destro sta alla grande, il sinistro recupererà, ma il mio giovedì mattina era da raccontare :D

Saluti dalla vostra Gatta-MrMagoo :*

BlackCat strikes again

4

E’ con estremo piacere che linko la prima pagina della Provincia Pavese di Sabato 30 Maggio, che insieme a TUTTA la pagina 19 parla della vicenda di ehm Luca (nome fittizio attribuitogli), un bambino di sette anni del pavese a cui non è stato riconosciuto il sostegno dovuto alla sua disabilità.

Vi chiedo di incrociare le dita per lui e per la sua famiglia che vedrà la prima udienza del ricorso mercoledì 11 Maggio :)

Weird mind

1

Stanotte ti ho sognato.

Il tuo era un viso sconosciuto, la tua pelle aveva un profumo mai sentito, la tua voce era qualcosa di diverso.

Mi prendevi per mano e mi davi sicurezza. Non erano solo parole, i tuoi erano fatti, verità.

Ci sorreggevamo, ci accompagnavamo verso un domani.

E finivo di arrancare, smettevo di aver timore. Era tutto più bello. Meraviglioso al punto che mi son svegliata tra le lacrime.

Perchè era un sogno, tu non esisti e nemmeno so se ti incontrerò mai. Ma grazie lo stesso per i momenti che mi hai donato.

Brother and sister

6

I fratelli fra loro litigano in continuazione, ed i miei figli non fanno eccezione. Si litiga per il possesso di un gioco, per il film da vedere nel pomeriggio di relax, per un dispetto, per il cibo, per tutto.

Oggi Alexander era un po’ mogio a causa di un paio di giorni di malessere gastrico e sua sorella, unita nel beffardo destino di provetta Linda Blair, non era da meno. Quindi, nonostante il sole, divano selvaggio, per tre ovviamente, chè non mi era permesso alzarmi.

Ovviamente dopo tre ore i due erano annoiati, ma ormai il clima ancora non molto mite non consentiva più scivolo e altalena. Quindi cosa c’è di meglio che distruggere la macchinina delle principesse della sorella? Si è scatenato L’INFERNO! Urla, calci e pugni. Dopo qualche minuto di osservazione sono intervenuta a sedare la lite.

Non mi piace intervenire eccessivamente nel confronto fra i due figli, mi sembra giusto che imparino a rapportarsi tra loro senza il genitore che li divida o ne interpreti i comportamenti cercando la mediazione, devono crescere insomma anche attraverso il confronto un po’ rude. Detto ciò, li ho divisi non senza difficoltà, ho decretato l’ora della morte della macchinina e gli ho promesso una cena golosa per placare ire e delusioni.

Non ho tenuto conto però di un fattore di rischio pericolosisssssimo: che nella preparazione della cena potesse scapparmi la pipì e dovessi recarmi in bagno, che sta su un altro piano della casa. Ecco.

Gli animi mi sa che non erano calmi quanto avevano lasciato intendere. Le urla sono riprese a decibel preoccupanti. Scendo le scale trafelata e mi trovo di fronte la scena che un genitore non vorrebbe mai vedere.

Chiara, sdraiata sul pavimento, con suo fratello seduto sopra di lei imbelvito. Lui teneva in mano un cartone di dieci uova fresche che le spantegava sulla fronte, lei brandiva il mattarello colpendolo al fianco. Due piccoli professionisti del wrestling.

Ghiaccio sui lividi, albume sciacquato dagli occhi. Ora ovviamente stazionano felici con un libro sul divano tenendosi per mano. Io non li capisco…

Io non festeggerò con te

10

Ciao, caro Sindaco.
Si, ti ho votato alle ultime elezioni e, credimi, è una cosa di cui non vado fiera e per cui tu non fai altro che farmi pentire.
Domani 17 Marzo per te sarà un Anniversario importante, come per tanti cittadini fieri di essere italiani. 150 anni di Unità, sfociati in una Repubblica dove si tutela il cittadino, senza distinzione di razza, età, condizione, sesso, religione. E tu festeggi, il compimento di questa incredibile parità, unione, chiamala come vuoi.
Ho visto stamane scaricare alle elementari 12 lavagne didattiche Panasonic da 2800 euro l’una (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Hai dato una bandiera ad OGNI alunno di materne, elementari, medie (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Ci sono stati per tutta la mattina 20 persone con gru e mezzi noleggiati all’uopo per ricoprire il paesello di festoni e bandiere (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Domani aperitivo per TUTTA la cittadinanza e festa con musica sponsorizzata dal Comune (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Sempre domani inaugurazione di una nuova mensa all’ultimo grido, una piscina olimpionica, una palestra di 2000 mq (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Ah, ti sei accorto che a mio figlio e a tutti gli altri disabili manca il sostegno a scuola? E che hai ridotto a tutti i bambini dai 3 ai 12 anni l’accompagnamento sullo scuolabus perchè non hai soldi, quindi al primo anno di asilo li mandi in giro da soli gravando tutte le responsabilità sul solo autista, con ciò che ne consegue? Ah, a mio figlio e agli altri disabili manca sempre il sostegno….
In caso poi tu non te ne sia accorto, non ti preoccupare caro Sindaco, nonostante tu me lo abbia PROMESSO DI PERSONA CON GLI OCCHI LUCIDI, domani IO E MIO FIGLIO saremo alla tua bellissima festa e proveremo a salire sul palco che hai noleggiato con i soldi che hai tolto alla nostra educazione e alla nostra vita, e ti ricorderemo durante i tuoi festeggiamenti in pompa magna, che tu, di unità, non hai ancora capito un cazzo.

Sette

14

Quello che forse la gente non sa è che io mi metto in discussione continuamente.
Sono un’insicura, una perfezionista, una pignola, incontentabile, paranoica. Ho il terrore di sbagliare, di deludere, di fare danni.
E negli ultimi sette anni mio figlio mi ha messo alla prova ogni secondo.
Non è semplice vivere con una persona dalla sensibilità accentuata sino all’inverosimile, la quale dipende dal tuo umore, dal tuo sguardo, da un tuo gesto, una parola.
E’ snervante, ma lo devi fare, perchè è l’unica cosa a cui lui può appellarsi nelle sue frequenti mancanze di stabilità.
Lo faccio, perchè devo e perchè sento di farlo, ma non è semplice per niente.
La mia vita è una continua guerra, contro il mondo e contro un male del cazzo che mi beo di aver già battuto insieme a lui.
Ho finito oggi l’osservazione per l’inizio del nuovo ciclo di terapie logopediche e psicomotorie. Alexander non è più il bambino delle relazioni mediche, nemmeno quelle di un anno fa. E’ grande, consapevole, ha capacità di interazione molto elevata, uno sguardo che conquista e ti entra nell’anima, quasi quanto il suo sorriso, beffardo e canzonatorio.
Può dirti si e no, con la testa, farti vedere una cosa che gli interessa, decidere e comunicarti a gesti cosa vuole. Comunica. Il bambino che non avrebbe dovuto, beh, comunica.
Non parla, ma non mi interessa, ora vive bene. Si relaziona, si fa capire, con tutti, anche con gli estranei.
Ed ora, mi assalgono i ricordi, quelli di quando lo andavo a prendere al nido, e lo trovavo al buio, rivolto verso un angolo della stanza, con la testa appoggiata al muro, completamente disinteressato al mondo che lo circondava, che sbatteva la testa… Io lì ho smesso di vivere, e non credo di aver mai ricominciato.
Son morta dentro, volevo morire con lui, entrare nello stesso buio per non soffrire. Quando mi sono resa conto di questo ho capito che sarebbe bastato che io soffrissi un po’ più di lui, e forse ce l’avrei fatta. Sono anni che lotto. Ho finito le lacrime, ho finito le bestemmie. Ma per lui non ho finito le forze.
Ora ne ho ancora di più, perchè la strada è in discesa. E se lo dicono anche i medici, che hanno rafforzato ogni mia teoria, beh, forse posso rilassarmi e prenderlo per mano sorridendo un po’ di più.
E’ passata la mezzanotte. Alexander oggi compie sette anni. E secondo me il sette è un buon numero per iniziare a dire qualcosa.
Auguri amore mio. Questa è tutta per te.

Franco Battiato – La cura

Positività 2.0

16

Ditemi la verità, quanta gente parla male dei Social Network? Io non li conto più. Articoli, sulla superficialità, sulla pochezza di spirito, sulla vacuità.
Quello che (spesso) molti dimenticano, è che dietro ai nickname, a quegli avatar più o me realistici, ci sono persone, con un cuore, grande.
Io ieri sera ho ricevuto una visita molto particolare…
Una quarantina di persone splendide, non so, non ho altre parole per descriverle, splendide, hanno deciso di unirsi e regalare ad Alexander una cosa che io non avrei certo potuto, visto il poco felice momento economico: la XBox con il Kinect.
Voi non potete capire, per bambini come Alexander, quanto sia importante la coordinazione occhi-mano. E’ una delle prime cose che per certe sindromi viene a mancare, con tutto ciò che ne consegue. Il fatto di fissare lo sguardo su un obiettivo “mobile” ed accompagnare il movimento è un risultato che, purtroppo, molti bambini più gravi nemmeno mai raggiungono.
Alexander è fortunato, lui si sta impegnando tanto, e migliora di giorno in giorno. Quando un giorno, vide il Kinect in demo, l’ho visto interessato come poche volte. Incuriosito, e son certa, dalla sua espressione, che avesse capito che quello che c’era sullo schermo era la trasposizione del movimento di chi stava davanti. Lui è molto interessato alla tecnologia, quindi mi son detta, qualche mese, parecchi, di sacrifici e magari glielo prenderò.
Mi sono informata con un’amica che lo aveva circa il suo funzionamento, e questa disgraziata :* mi ha messo in moto una macchina che ha caricato altre persone, ed altre, ed altre ancora, e i loro familiari, i loro compagni, i loro genitori, i loro figli…
E io ora son qui, che piango da ieri sera, con una Xbox con il Kinect, Kinectimals col pelouche, Dance Central per Chiaretta e una donazione per il piccolo…
Venite a dirmi ora ancora un’altra cazzata sulla pochezza dei Social Network, che vi disintegro.
Un network è fatto di persone. E quando queste persone non sono dei poveri casi umani, ma dimostrano di avere un cuore, possono cambiarvi la vita.
Vi voglio bene amici, grazie :)

Bellissima Imetec Absolute, a must have!

5

Ho provato una nuova piastra dopo la prematura morte della mia adorata, settimane fa. Premesso che sono scettica a riguardo delle piastre in genere (ho i capelli tinti, stressati, quasi sempre legati quindi trattati decisamente male) quando mi è stata data la possibilità di provare la nuova Bellissima Imetec Absolute ho accettato più che volentieri, ma sapevo già l’avrei sottoposta a massivo uso prima di recensirla.
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Just three

6

Tre anni fa, a quest’ora, mi avevano appena staccato le flebo, fatta l’ultima dose di cortisone e cacciata a camminare nel corridoio.
Stanca, oltre un quintale di balena che camminava nel reparto maternità, ero fisicamente e psicologicamente a pezzi.
A un certo punto sentii un dolore in basso, zona ileo per intenderci, come se mi fosse caduta un’incudine da cinquanta chili in zone un pelino delicate. In mezzo al reparto mi misi a urlare “Epiduraleeeeeeeeeeeee” nonostante fosse passata la mezzanotte, con la stessa tonalità della Callas dei tempi d’oro, e calando giù una sequenza di bestemmie con la medesima faccina distinta di Linda Blair. Dopo mezz’ora caddi addormentata manco fossi in un bosco, e alle cinque e mezzo, o giù di lì, l’ostetrica mi svegliò “Barbara, ecco, se ti svegli e dai una spinta, ci sarebbe già fuori la testa”.

Questo ricordo del mio parto. Dei miei dieci giorni di ospedale in cui mi han fatto stramaledire la sanità perchè continuavo a dire che oh, avevo la bronchite, no è tachicardia signora, col cavolo, son soccorritore, ho imparato a distinguerle sugli altri, si figuri su di me, e giù monitor cardiaci, ossigeno, cortisone, antibiotici. Dieci chili in dieci giorni di gonfiore da medicinali e poi quella faccina da belvetta che mi guardava con gli occhi sgranati come se mi dicesse “mamma, va che faccia da pirla che hai”.

E son tre anni che la amo di più ogni giorno che passa, che la vedo cambiare, crescere, bruciare le tappe in ogni cosa anche se tutti fanno di tutto per farla rallentare. E la vedo sempre più maledettamente simile a me. Con tutte le sue paure ed i suoi difetti è l’essere più forte e straordinario che abbia mai visto sulla terra.

Domani sarà una giornata indimenticabile per lei, una festa grandiosa, a tema, con giochi, musica, cibo e amici. Voglio che si senta davvero la principessa dell’universo, mio e suo. Voglio che non abbia mai insicurezze, nè rimpianti, nè sia intaccata dalla tristezza. La vita le ha già fatto conoscere cose che magari sarebbe stato meglio non vedere mai, la malattia dei tuoi cari, la sofferenza, il pianto. Solo rose e fiori ora voglio per la mia bambina. E poco conta tutto il resto. Lei è il mio mondo, la mia gioia, il mio presente ed il mio futuro. Auguri piccola Chiara.

Just a single word

19

Era un sogno bello, anzi no, bellissimo. E troppo realistico.
Ho smesso da tempo di credere ai miei sogni, anche se a volte dovrei farlo, perchè credo fermamente ci sia “qualcosa” di superiore che tesse le fila delle nostre vite. Non un Dio, quello no, ma qualcuno che ci vuole bene e magari se ne è andato. Credo molto nella reincarnazione, lo ammetto.
Ma torniamo al sogno. Eravamo lì, noi tre, con il cagnolino (di cui vi parlerò) e a un certo punto sentivo Alexander che cominciava a mugolare. Mugolii che senza alcuno sforzo diventavano man mano più chiari, più coerenti. Diventavano parole.
Nel sogno dentro di me mi dilaniavo. Parole. Discorsi. Di mio figlio. Ma restavo ferma, immobile, senza tradire alcuna emozione. E lui continuava, e mi chiedeva “Ma mamma, era così facile, e io non ho mai provato? Perchè?” e parlavamo, parlavamo, parlavamo…
Ma stasera eravamo lì a giocare, cantavamo, sul letto, tutti e tre. Con il cane a fianco che scodinzolava felice.
Chiara cantava. E io facevo vedere a lui come muovere la lingua, per fare “la-la-la”.
Solo che lui a un certo punto mi ha guardato e mi ha chiesto “Così? La-la-la”
E io non ce l’ho fatta. Ho cominciato a piangere a dirotto, e sto piangendo ancora ora.
Ho visto quei due occhi nocciola sgranarsi stupiti, al sentire il suono della propria voce. E ho sentito qualcosa dentro di me esplodere, continua a esplodere.
Ho visto la sua paura. Ho sentito la sua voce.
E probabilmente, fossi meno testa di cazzo, magari avessi mantenuto la calma, forse avrebbe provato ancora.
Non riesco, non riesco, non riesco a fermarmi. E’ successo. Davvero. Qui. Stasera.
Con Chiara che mi diceva “Mamma, è solo una parola, cosa farai quando ne dirà altre? Ne dirà altre!”
E io che tentavo di tranquillizzare lei, lui e soprattutto me. “Amore, forse i miei occhi avranno meno caldo, e smetteranno di sudare”

Accogliere é accudire

1

Vi segnalo il mio personale punto di vista per il tema del mese di Genitori Crescono, su qualcosa che mi sta particolarmente a cuore… ;)

HP Photosmart Premium C310: una stampante a prova di mamma :)

2

Ringrazio HP ed i suoi partner per avermi mandato in prova un gioiellino simile.

Quando mi è stata data una panoramica base delle sue funzioni, il mio cervellino malato ha già pensato a tutte le possibili combinazioni di cose da farci che puntualmente non sono state disattese. Ho passato il fine settimana a pregustarmi il lunedì mattina di unboxing e prova: senza cuccioli per casa potevo essere più tranquilla (ed in sicurezza :D ) per installare e paciugare un po’.
Vi consiglio caldamente di leggere e pregustare un miglioramento delle vostre condizioni di mamme stampatrici :D
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