Giustizia personale
Non volevo scriverne, ma ci penso da molti giorni.
L’altro giorno sono uscita, sola senza Alexander, per una futilissima spesa.
Sono arrivata nella piazza attigua, e ho visto una signora in là con gli anni che prendeva a borsettate e lanciava tutto ciò che le capitava innanzi verso una zingara armata di sapone e straccio al semaforo. La nomade lavava i vetri, la vecchia tornava dalla SMA.
Non so, ho pensato che forse qualcosa era successo prima che io arrivassi.
Vedo un vigile urbano che interviene, allontana entrambe le donne, e mi dirigo verso il supermercato.
Alla cassa, la cassiera del bancone a fianco confabula ad alta voce con una cliente abituale. “Eh, Maria, da quando si è trasferita qui in piazza la zingara che hanno rilasciato per tentato rapimento del bambino, non dovresti più girare con tuo figlio…”
Ho collegato. Io non ce l’avrei mai fatta a riconoscere una qualsiasi donna con capelli neri e lunghi da una foto a pixel malridotti di un quotidiano nella zingara che lavava i vetri in piazza. Nè mi sarei messa a suonargliele senza ragione nel mezzo di un incrocio. Ma la sciura evidentemente sì. E come lei, le altre persone che la sostenevano nella ridicola impresa.
La mia reazione però è stata un’altra. Io ho avuto paura perchè quella strada era la prima volta che la percorrevo senza mio figlio. Perchè non mi sento protetta dalla nostra legge, dalla nostra giustizia nè dalle nostre forze dell’ordine. E ancor più temo queste manifestazioni di giustizia personale, dettate dall’esasperazione, tante volte, di numerosi torti subiti e mai pagati dai colpevoli. O più semplicemente manifestazioni di intolleranza eccessiva.
D’altra parte, però, nulla si può fare per evitare che i bambini, le donne incinte, i menomati vengano messi in mezzo a una strada a chiedere l’elemosina. La nostra legge non punisce chi li obbliga. Non espelle gli apolidi. A malapena ce la fa con chi entra abusivamente nel nostro Paese e viene sorpreso a commettere un reato. Per poi far perdere a una ragazza di venticinque anni che lavora per me da otto, trenta ore di lavoro per rinnovare un permesso di soggiorno con tutti i documenti in regola.
Perplessa, vi saluto.

March 6th, 2005 at 20:04
capperi….
pesante…
March 7th, 2005 at 01:24
condivido alcuni passaggi del tuo post. il non sentirsi tutelati; il rischio di manifestazioni di giustizia personale e indebita; la paura; la generalizzazione della condanna verso chi è diverso.
l’unica cosa che posso dire è che davvero non si può generalizzare criminalizzando questa o quella categoria di persone. Le belle o le pessime persone si incontrano ovunque “ma a cercare il male lo si trova sempre”. Teniamo duro e la mente sempre collegata. bel post. un salutone
March 7th, 2005 at 08:48
Infatti Zoro, a me l’idea che ognuno si faccia giustizia da sè mi spaventa… quasi quanto la generalizzazione che lascia libero un malvivente e tratta una brava persona come un pezzente.
March 13th, 2005 at 20:49
Nell’azienda di cui sono socio di estrema minoranza lavora un albanese. Persona degnissima e scupolossima. E soprattutto onestissima. Non ti dico i guai che ha passato per portare qui la moglie e i suoi due figli, le ore perdute, i soldi spesi. E ogni volta che me lo raccontava mi vergognavo di essere un Italiano. Cittadino dico di uno stato che è forte con i deboli e debole con i forti (i malviventi che entrano clandestinamente nel nostro paese).
March 14th, 2005 at 16:48
Parole sante, Pietro, davvero!