Son passati più di sei anni, ma il cervello ancora mi gioca brutti scherzi.
Capita, spesso, che mentre il mio sguardo vaga nei dettagli più insignificanti, la mente mi suggerisca di chiamarlo, per raccontargli quello che sto vedendo.
La mente ha i suoi comandi, e non li conosco. Non so come spegnerla.
Ci pensavo ieri, a quanto sarebbe stato bello se non avesse scelto di lasciarci, se avesse scelto la famiglia e non avesse conosciuto la persona che l’ha fatto ammalare.
Pensavo a lui nel suo ufficio, felice del suo lavoro, che distribuiva un bigliettino da visita del mio negozio, a un cliente con la moglie in attesa, con il sorriso del padre orgoglioso della figlia. Pensavo alla casa che avrebbe preso, col giardino, e che alla domenica si sarebbe andati tutti lì, a pranzare insieme, e lui ne avrebbe fatto una pelle con Alexander e Chiara.
Sicuro gli avrebbe comprato a breve la sua prima moto, al piccolo cucciolo di casa, come fece con me 28 anni fa. Forse mio figlio sarebbe stato già più avanti nella terapia, con lui avrei avuto un supporto, non sarei stata da sola nell’affrontare tutto, lui aveva sempre una soluzione a tutto, conosceva sempre qualcuno che avrebbe potuto aiutarmi in qualsiasi situazione mi trovassi. E gli vorrei telefonare spesso, per dirgli che sto male, che mi manca qualcosa e non so cosa, magari solo per scambiare due chiacchere su quei due fagiani maschio e femmina che continuo a incontrare quasi tutti i giorni, lui mi ha insegnato a distinguere tutta la fauna volatile, da buon cacciatore di sicuro li avrebbe presi…
Però non è andata così.
Non risponde più lui a quel numero.
Non ci sono domeniche con una famiglia degna di tale nome.
Non ci sono sorrisi e orgoglio reciproco.
Non c’è la scelta di stare con la propria famiglia.
Non c’è più stato amore, ma solo odio e fastidio.
Non ci sono nonni per i miei bambini.
E da troppi anni non ho più un padre io.