Stavo parlando con un collega, che mi raccontava, con una tranquillità e un’autoironia che gli invidio, di quella volta che per una frazione di secondo aveva pensato di suicidarsi. Non riesco a non pensare a cosa debba passare nella mente di un uomo, in un momento di particolari pressioni, per anche solo pensare di prendere dritta quella curva e oltrepassare con l’auto il guard rail per buttarsi in mare. Non mi piace pensare che si possa arrivare, io mi soffermo solo a pensare a *cosa* avrei potuto fare per migliorare il mio status attuale, ma mai e poi mai metterei in forse il fatto di continuare a vivere.
Però al mio ieri ci sto pensando molto.. Vuoi che il periodo che sto passando è parecchio deprimente, vuoi che molte delle mie speranze si sono infrante contro una realtà che non rispecchia nulla di quanto avrei voluto, è un oggi che non mi rappresenta quello che sto vivendo.
Ieri, per la prima volta forse, mi son resa conto di quanto sia invecchiata, di quanta acqua sia passata sotto i miei ponti senza quasi che me ne accorgessi. Il fatto è che io sto vivendo da anni in attesa di un domani che mi porti buone notizie, seppur sia quasi conscia che queste notizie non possono oggettivamente arrivare, ma la mia speranza non vuole cedere il passo alla rassegnazione.
Non sarebbe brutto potersi rassegnare, anche se suona male, lo so, forse potrebbe calmare la mia ricerca frenetica di felicità, ma io non ci riesco, è come se sapessi di non *doverlo* fare. Quando hai altre vite che dipendono dalla tua, la prospettiva delle priorità cambia a tal punto da rovesciare ogni tua convinzione, da roderti da dentro fino al cuore della tua anima, ma non se ne va. Non c’è medicina, non c’è cura, non ci sono placebo e paliativi. Ci sarebbero *parole*, quelle che aspetto.