Mamma, webmaster e felide bastarda.
Alexander
Cry
07/07/2010
Chiara piange. “Mamma, ho mal di orecchie, qui!” Medicina, dieci minuti di coccole e nanna, con un “Mamma sei magica, non ho più bua…”
Ricordo le notti al pronto soccorso. Ricordo quel bambino biondo che urlava come un matto, si disperava, agitandosi senza senso. E nessuno capiva cosa gli facesse male, se un piede, l’orecchio o la pancia. Era faticoso misurargli la febbre, dovevi immobilizzarlo per dargli una medicina.
Il tiro al bersaglio delle infermiere, mille esami per diagnosticare magari una semplice influenza, che dai sintomi così confusi poteva essere tutto.
E mi viene la morte, al pensiero.
Perché nessun medico, nessuno specialista, mi potrà MAI dire o convincere che lui in quel periodo non fosse lucido, così come hanno tentato sino ad oggi di farmi pensare.
Lui capisce tutto, e a modo suo, ad esprimersi ci prova. Perché non riesce è ancora tutto da scoprire.
Chissà quante volte avrebbe voluto dirmi che la pasta la voleva senza sugo, o che preferiva una passeggiata alle giostre, o che magari era meglio la menta della liquirizia.
E altrettante volte magari, infastidita da ciò che non capivo, gli ho pure detto di smetterla, che era bello, che andava bene così.
Ma la frustrazione di questo esserino l’ha mai considerata nessuno? Io ci penso ogni istante della mia vita, immagino quante volte l’ho involontariamente mortificato, a quante volte ho tradito le sue aspettative convinta di fare il suo bene, il suo volere. E mi chiedo, da madre, come abbia fatto a non essere impazzito, a non aver perso la testa, se non negli ultimi mesi prima del controllo di Aprile.
Rifletto, mi faccio milioni di domande, e soprattutto una: perché queste cose devono succedere? Perché mi parlano di Dio, di doni, di “essere speciali”…
Cazzate, immani minchiate. Ha sofferto pene da inferno, soffre tuttora. E se sta male lui, io sono dilaniata. Ma soprattutto, ora come ora, chi me lo tocca muore.
Verrà il giorno, che lo so, ne sono certa, in cui lo riporterò in “quel posto”, e gli farò risputare tutto il veleno che ha dentro in faccia a chi lo ha trattato come un cretino. E verrà anche il giorno in cui potrà dire a sua sorella che le vuole bene, che è una rompiscatole di prima categoria, ma che lo sprona e lo incita ogni minuto della giornata.
Quel giorno, io son certa che sarà come se tutti imparassimo finalmente a volare.
Quanto c’è di tuo…
06/07/2010
Finito il secondo tour di una settimana a Siena, posso affermarmi contenta dei progressi di mio figlio.
“Un miracolo” l’ha definito la terapista, incredibile il suo recupero in soli due mesi di aiuto farmacologico.
Ora Alexander è tranquillo, sereno, sorridente e collaborativo. Con chi gli sta abitualmente vicino, i suoi cari insomma.
Questo ha fatto scattare un po’ di campanelli d’allarme in chi segue la sua vicenda medica. Segnali che fanno presagire problemi, non insormontabili, ma che potrebbero precludere miglioramenti che tutti ci auguriamo arrivino solerti.
Un tipico problema di chi soffre del suo disturbo dello sviluppo è la mancata coordinazione tra occhio e mano. In sostanza si compiono gesti in maniera quasi automatica senza prestare particolare attenzione a come li si compie.
Davanti ai medici per lui questa è la prassi, pigro com’è fa quello che gli chiedono, ma gli interessa in maniera relativa, e questa connotazione viene sempre immancabilmente fuori.
Siccome io però son testa di porfido, non mi fido un cicinin di lui e so che non rientra nei suoi problemi.
Oggi ne ho avuto la certezza assoluta.
La scena è più o meno la stessa di tutte le mattine: drogato di yogurt trentini, dopo il primo vuole sempre il bis. Io glielo concedo, dopo cinque anni in cui non ha voluto toccare alcun latticino, ma a circa metà mattina. Stamattina mi salta in mente di dargli un target.
“Amore, te ne do un altro, ma solo se mi fai una collanina con queste perline”.
Allungo un ago infilato in filo di cotone, una cinquantina di perline grandi in plastica e lui mi sorride.
Due minuti due e ho una collanina, infilata con una precisione imbarazzante, senza MAI staccare gli occhi dal lavoro.
Me la porge, fa il segno di “buono” sulla guancia, che equivale a dire “dammi da mangiare o ti azzanno uno stinco” e mi sorride beffardo.
“Alex, sei un fetente però… Ti applichi solo per quello che ti piace?”
“Eh” (con la voce) “Si!” (con la testa)
A volte non so se mangiarlo di baci o riempirlo di cazzotti.
Fab Four in Gardaland
18/06/2010
Oggi ho visto un bambino su un trattore finto che sorrideva ai maialini e alle mucche finte.
Una bambina che credeva di volare guidando un aereo di fianco alla mamma.
Occhi che avidi guardavano il mondo da una monorotaia, alti come mai erano stati.
Ho visto foto di ricercati nel west, tre ricercati, una pericolosissima donna sorridente e due cuccioli estasiati.
Ho visto adulti di più di 40 anni col timore dell’Ortobruco e ancor di più della Magic House.
C’era poi una bambina di quasi venti kg in un marsupio sulla schiena della mamma, che si lamentava che era stanca, lei…
E poi i pirati, i delfini, i faraoni, gli scoiattoli, gli alberi che muovevano gli occhi, e il Sea Life. Dove una duenne urlava che nevolevaDDDDUEE indicando gli squali.
Scivoli, schizzi d’acqua, elefantini dorati, fiori e uccellini cinguettanti.
E ho visto, scusate se è poco, due bambini felici, con due genitori sorridenti, soddisfatti e distrutti.
E che il resto se ne andasse tutto affanculo. ![]()
Modestia
26/05/2010
Ho ingaggiato un’esilarante gara di velocità con cestello trainabile con mio figlio, per i corridoi dell’ipermercato stamattina.
“Amore, chi arriva primo di là, vince un premio”
Ecco, venisse anche a voi la malaugurata idea di fare una cosa del genere, scegliete come meta finale un corridoio di articoli poco costosi. Alla richiesta, dopo la sua ovvia e scontata vittoria, di quale premio volesse, il mio beneamato pargolo ha indicato un simpatico TV Led da ottomila pollici, del modico prezzo di euro 1.690,00.
Ho faticato non poco a spiegargli che era solo la vittoria parziale e la definitiva si sarebbe svolta nella corsia delle caramelle…
The A Letter
04/05/2010
Tanto è successo nei mesi di blackout. Tanto. Oltre alle scuse per tutte le persone che mi hanno scritto e a cui non ho fatto tempo a rispondere, mi sento in obbligo anche di raccontare la mia storia, chè temo siamo in tanti, ahimè, a dover combattere con poche armi per i nostri figli speciali.
A ottobre io ed il mio ex marito ci siamo separati. Periodo teso, ma fortunatamente finito. A fine gennaio il mio negozio ha chiuso: pochi clienti, affitto alto, ho optato per un’attività online per continuare a lavorare minimizzando le spese. A febbraio son cominciati i problemi con Alexander. Morde un bambino. All’asilo è il panico, l’insegnante di sostegno si trova in empasse totale, non si sa come gestirlo. Il giorno dopo lo rifà. Il centro psicoterapico dove è in cura mi suggerisce di fargli fare altre attività e tenerlo a casa dalla materna.
Alexander comincia ippoterapia. Gli piace da impazzire, migliora di giorno in giorno “sembra monti da un anno” mi dice la dottoressa che dirige il maneggio riabilitativo. Io impazzisco di gioia, dopo aver scoperto il pattinaggio sul ghiaccio per caso, questo è l’unico altro sport che pare interessargli.
A marzo, purtroppo, in concomitanza con il totale armistizio con l’ex marito ed il rasserenarsi totale della nostra nuova situazione, Alexander ha tre giorni di episodi di violenza inauditi, per la prima volta anche contro di me. In accordo con suo padre, chiediamo al centro riabilitativo un parere su un eventuale medicinale blando che gli calmi questi attacchi da frustrazione. La risposta è “noi sappiamo gestirlo, lo conteniamo fisicamente, se voi non ve la sentite, questo è l’unico farmaco che possiamo suggerirvi, ma è tutto a vostro rischio”. Ci viene dato il bugiardino, cadiamo dalla sedia e decidiamo di resistere con le nostre forze. Grazie al cielo tutto si rasserena, e Alexander torna l’omino più dolce del mondo.
Pensiamo a una crisi di frustrazione, appunto, d’altro canto, pensate voi, a sei anni, età in cui cominciate a capire e razionalizzare, quale stato d’animo potreste avere se non riusciste a comunicare in alcun modo, vostra sorella parla come un altoparlante, e voi, nonostante vi sforziate, cazzo, non sapete dire nè si, nè no.
In tutto questo, al famigerato centro, ci viene detto di tutto. Siamo noi i colpevoli dello stato di Alexander, noi, vili genitori che abbiamo deciso di separarci, è tutta colpa nostra… ah, è poi, Alexander soffre di un grave stato di autismo, che non guarisce, può solo sperare di migliorare, ci sono potenziali abbastanza elevati, ma non se ne verrà fuori facilmente, non riesce ad elaborare nè le informazioni nè i sentimenti. Queste in corsivo sono le esatte parole della NPI.
Ad Aprile è il panico.
Le crisi aggressive ricominciano, ma non più a casa, al centro. “Ha sfregiato una educatrice!” – graffio di mezzo millimetro – “abbiamo dovuto medicarla!!” Si fa presente che a casa ciò non succede, e la risposta della NPI è, come è sempre stata negli ultimi mesi “non ci credo, non è possibile”
Loro continuano a contenerlo ed Alexander torna a casa con una serie di lividi da far paura: gambe, braccia, gomiti, costole, schiena, l’ultimo giorno un orecchio, tanto lo si è contenuto a terra.
Finiamo a parlare col direttore sanitario, per chiedere un’alternativa al farmaco che riportava come effetti collaterali “suicidio, arresto cardiaco, paralisi degli arti inferiori” che seppur in casi rarissimi, ci spaventavano da morire. “Non ce n’è, o glielo date, o lo tenete a casa. Fatevi fare altre diagnosi, se non vi va bene questa”
Detto fatto.
Con tutto l’amore dimostrato dalla mia più cara amica (ti voglio bene V) avevo già trovato posto a Siena, presso il policlinico le Scotte, un posto in neuropsichiatria infantile per completare gli esami clinici, e ci aggiungo tutte le valutazioni del caso. Preoccupatissima, per le crisi aggressive del cucciolo, parto verso la Toscana, pregando ogni divinità esistente che non gli venga una crisi durante il viaggio e cada giù nell’appennino. Saluto piangendo mia figlia che resta a casa, e mi incammino sola con lui verso la settimana più difficile e splendida al tempo stesso della mia vita.
Conosco persone splendide. E. la psicologa, G. la logopedista, e soprattutto la persona più umana e comprensiva che abbia mai conosciuto, il primario di Neuropsichiatria Infantile, il professor Hajek, che non smetterò mai di ringraziare.
Ve la faccio breve.
Alexander non è autistico. Soffre di disturbo dello sviluppo. I tratti autistici sono pochissimi e poco rilevanti. Ha enorme contatto visivo, è comunicativo seppur averbale, gioca, imita, vocalizza. E’ frustrato, depresso. E soprattutto per tre anni non è stato curato.
Non gli è stata fatta logopedia: per sei mesi ha dovuto limitarsi a indicare delle icone, nonostante lui provasse a parlare la comunicazione augmentativa era la unica e sola soluzione proposta. Alexander si esprime benissimo a gesti, vuole parlare, ma il blocco del linguaggio ora è da recuperare con estrema calma rispetto a un bambino di 18 mesi, che sarebbe la sua “età linguistica”.
La psicomotricità non è stata fatta nel modo corretto: nessuno gli ha insegnato a gestire la rabbia, l’ansia, la frustrazione. Giochi, giochi, giochi. Puzzle, lego, costruzioni.
Il contenimento fisico si usa solo in casi estremi. Lui non lo è.
Gli vengono fatte miliardi di analisi del sangue, genetiche, cliniche. Mi viene proposta una terapia farmacologica, pediatrica e non vietata ai minorenni dalla FDA e altri enti Europei, in dosaggi pari a un quarto del necessario.
Alexander torna a casa.
Sua sorella piange, lo abbraccia. Lui anzichè picchiarla, ricambia, la bacia. La coccola.
La bambina che si rinchiudeva in cucina mentre lui si dibatteva a terra disperato incapace di fermarsi, ora gioca, tranquilla, lo coccola, lo accarezza, lo rimprovera e lo aiuta. E’ un’altra vita.
Venerdì son tornata al centro con il mio ex marito. La nostra più grossa soddisfazione è stata rispondere alla domanda di quando sarebbe tornato lì. “Mai più”.
Genitori, se voi avete avuto un bambino speciale, difficile, vi prego, non datevi mai per vinti.
Siete voi i primi medici di vostro figlio, come lo conoscete voi non lo conosce nessuno. Diffidate di chi ha interessi economici, di chi parla per il proprio tornaconto e non per il suo bene.
Osservate vostro figlio, mettetevi nei suoi panni, calatevi nella sua situazione. E’ figlio vostro, solo voi lo potete capire, e lui solo di voi si fida.
Entrate nella sua mente, spiate i suoi gesti, tentate di capire cosa sta tentando di dirvi.
Parlate con i vostri cari, sentite altri specialisti, specialisti veri, non i tanti ciarlatani che ci sono in giro. Non datevi mai per vinti, mai. Ogni singolo episodio può essere più significativo di una intera esistenza.
Io, in 15 giorni, ho un figlio che da “non comunicherà” mi dice si e no con la testa.
A settembre andrà nella scuola pubblica, che mi ha già garantito un educatore formato per tutto il periodo di permanenza nell’istituto. Farà terapia altrove, nello stesso modo in cui si sono rapportati a lui i fantastici professionisti senesi.
Lo stesso figlio a cui venivano proposti simboli, oggi, in un quarto d’ora, con la sua mamma, ha scritto la lettera scarlatta che avrebbero voluto imporgli sul petto. A, come Autismo. A, come Adesso è ora della mia rivincita sul mondo.

Centri commerciali 2 – La vendetta
27/04/2010
Io apprezzo e ammiro la costanza dei venditori nei centri commerciali, quelli con i banchi di divani, tende, amenicoli in silicone da cucina e simili. Amo un po’ meno l’insistenza sgradita.
Mia figlia è uguale a me.
Carugate, a lato del (maledetti crepate) Apple Store, banchetto di tende da sole.
“Signora, che bei bambini – (tremo) – perchè non li protegge con una bella tenda da sole nuova?”
“Le abbiamo già. Nuove, identiche alle sue”
“Ma questa bella bambina, con la pelle così chiara e delicata… non si scotterebbe di meno protett..”
“Signora, grazie, le ho detto no, siamo già a posto”
Chiara “Ha detto no, la mamma”
“Piccina lasciami parlare alla tua mamma.. Vede signora..”
“Signora, davvero, non mi interessa, devo andare a prendere il gelato ai bambini…”
Alexander fa il segno di buono e un sorriso a 187 denti.
Chiara “Mamma deve comp(r)a(r)e gelato me e Alex”
“Bambina su, sii paziente…”
Bambina si incazza e demolisce mezzo stand in cartonato poggiato malamente a terra.
“Glielo avevo detto che non siamo interessati e che dovevo sbrigarmi a comprar loro la merenda… andiamo bambini, arrivederci”
E cazzo. ![]()
Inaspettatamente
06/10/2009
Una volta, una sola volta.
Dopo mille emozioni, il panico della sfilata poi sfociato nella gioia di ballare su un palco la sua canzone preferita, qualche “no”.
E ne piango ancora se ci penso, anche ora ho gli occhi pieni di lacrime.
“Alexander, se scappi per farti rincorrere dove non si può mamma si spaventa, che ci sono le macchine, devi fare il bravo, altrimenti niente merenda, eh?”
“Ma mamma…”
Erano quattro anni che non sentivo la sua voce.
Persone speciali
28/06/2009
Levina e la sua associazione sono davvero persone speciali. Questa l’hanno realizzata per Alexander a cui è piaciuta un mondo! Se avete tempo da dedicare al ricamo o volete fare una donazione per il progetto Sogni D’Oro, andate sul loro sito, farete felici altri bambini ![]()
Progetto Sogni D’Oro
Amore, poi mamma piagnucola…
18/06/2009
Mio figlio ha un enorme senso estetico. Credo derivi anche dal suo problema, ha un’attenzione estrema per i colori, per le forme, l’ordine.
Oggi siamo andati a fare la spesa, lui mi aiuta moltissimo, e io gli spiego i nomi di ciò che mettiamo insieme nel carrello, e a cosa servono tutte le cosine che scegliamo.
Ho trovato un paio di zoccoletti in legno e pelle turchese, molto allegri e leggeri, e, soprattutto, di taglia 41 (ewwwiwwwaaa) e li ho messi nel carrello. “Vedi amore, mamma non aveva nulla di turchese e si è presa questi zoccoli”.
Poi siamo passati davanti al reparto abbigliamento/bigiotteria, e lui mi ha preso per mano e fatto deviare.
Mi ha portato in fondo in fondo, in uno scaffale che non avevo notato.
Ha preso due o tre collane, le ha tolte per prendere quella dietro.
Aveva delle piccole pietrine turchesi, uguali uguali al colore degli zoccoli che avevo messo nel carrello.
Me l’ha infilata al collo. Mi ha dato un bacio. Ha sorriso e mi ha accompagnata alla cassa felice.
Happy Meal
17/06/2009
Alexander si sta facendo tutta la settimana a casa, ufficialmente per quinta malattia, anche se secondo il parere di mamma è un brutto eritema post giornata in piscina di domenica, visto e considerato che i puntini son spariti in meno di 48 ore e senza febbre. Dato che la dottoressa insiste nel confermare la diagnosi e nel pronosticare l’avvio dell’esantema anche alla piccola entro fine settimana, rinuncio a malincuore alla GGD a cui non potrei dare certezza di presenziare e tengo le belvette a casa.
Stamattina, totalmente rapita dal musino triste e sconsolato completato da occhio color onice gonfio di lacrime, mi son fatta impietosire ed ho promesso “oggi accompagnamo insieme nonna a Milano e mangiamo tutti da Mac”.
Sorriso a tutta faccia e figlio felice di uscire.
Oh, che bella scelta ho fatto. Oltre a fare felice lui ho passato i venti minuti più esilaranti della mia vita.
Accanto a noi due balene.
Davvero. Con i fianchi che gli uscivano dalle sedie già di per se larghissime del fast food. Vestite male, da vecchie. Con la catenina della cresima al collo, la borsetta della nonna, l’aria sciatta.
“Sai, ho fatto un corso di formazione di una settimana a Miami”
“ohhhh, davvero?”
“Siiiii, è gli americani hanno internet nell’aria!”
- minchia, il wireless…
“Cavolo, chissà che belle esperienze… a proposito, questa scatola qui che danno con il pranzo è bellissima… ora la piego bene bene e la metto in borsa, così mi porto i panini in ufficio”
- e piega la scatola dell’happy meal con precisione chirurgica e la infila nella borsetta.
In quel momento ho guardato mio figlio, lui ha visto la mia espressione e siamo scoppiati a ridere insieme, complici.
Beh, è valsa la pena di affrontare un po’ di traffico, per una bella scenetta comica e per un bel paio di orecchini dall’ambulante di Porta Romana ![]()
E su…
13/06/2009
Sapete qual’è il lato brutto, il vero problema dell’autismo? Voi.
Voi, inteso come gente.
Voi, che quando sentite un bambino grande che non parla lo guardate con disgusto.
Voi, che dite ai vostri nipoti di non giocare con “quello lì” perchè non è normale, o addirittura perchè è contagioso.
Voi, che non volete tenere un bambino così, che è difficile da gestire, fa niente se siete suoi parenti.
Voi, che avete da pontificare sempre su tutte le scelte che sua madre fa per lui.
Voi, che mi rendete la vita ancora più difficile, standomi sempre addosso.
Voi, che mi impedite di sentirmi donna, perchè il mio unico compito è sentirmi madre di un figlio che voi e solo voi giudicate imperfetto.
Voi. Che mi avete davvero rotto i coglioni.
Letterina a mio figlio
19/05/2009
Ciao Alexander,
chissà, magari quando sarai grande avrai modo di leggere tutto quello che la tua mamma ha scritto di te, e ci farai una grossa risata. Spero.
Son quasi cinque anni e mezzo che sei entrato nella mia vita, e ancora non mi hai chiamata mamma, ma non è un problema.
Ci sono giorni che ti mangerei di coccole e baci, altri che ti asfalterei ad un blocco di cemento e ti butterei in mare, ma credo questa sia la vita, no? Anch’io, d’altra parte, devo starti spesso e volentieri sui coglioni, pretenziosa come sono nei tuoi confronti.
Mi capita di sentirmi in una barca senza timone, con te. Risento di ogni tua corrente senza poter far nulla, se non arginare al meglio le tue onde, Alex. Non capisco se mi vuoi parlare e non riesci, o se non puoi. E ciò che mi distrugge è che questa cosa non la sanno nemmeno i dottori. Mi si spezza il cuore, quando la sera cantiamo “Nella vecchia fattoria” con Chiara, e tu tenti di fare qualche verso, di spiccicare qualche sillaba, ma non riesci, ti rabbui, ti arrabbi con te stesso e piangi. In quei momenti vorrei cederti la mia, di voce. Vorrei non cantare più, non parlare più, tanto ormai so scrivere, e quello che dovevo dire l’ho detto. Chissà se un giorno faremo come fanno tutti, un bel discorso, una lite, una storia raccontata sotto un albero all’ombra, e rideremo dei nostri errori, delle nostre battute, delle nostre scorribande, Alex… Ci son momenti in cui questo mi sembra una cosa irraggiungibile, un’utopia. Giorni in cui la mia speranza un po’ vacilla, finchè mi scavo dentro e ne trovo ancora un po’ da dare a te.
Quasi mi sento in colpa, a far parlare Chiara, ad insegnarle nuove parole, nuove canzoncine, e lo faccio mentre tu sei a scuola, nella mia pausa pranzo, per non farti sentire a disagio.
Capisco che per te è dura, difficile, ma io ho una fiducia pazzesca, ho visto quello che hai potuto fare in un anno, e secondo me tu potresti anche andare sulla luna con tutta la volontà che hai. Quando mi urli “bu!bu!” dal sedile dietro della macchina e mi fai il gesto di “buono” perchè vuoi una caramella, beh, a me si apre il cuore, perchè questa è stata la tua prima “richiesta verbale” e i medici sono stracontenti.
Perciò amore, vai avanti così. dì quello che ti viene in mente, ma parla. La tua è una voce bellissima, e la tua mamma scoppia di gioia quando la sente, tu lo sai. Stai tranquillo, qualsiasi sia la cosa che vorrai dire per prima, io sarò lì con te. E se in quel momento sarà un bestemmione rivolto a suor Scassamaroni, beh, io smoccolerò con te ![]()
Memo #3
29/04/2009
Mai e poi mai andare a prendere la cartuccia della stampante in un centro commerciale che abbia al suo interno un Toys center.
Tanto con tutti i buoni propositi che posso farmi, uscirò sempre con regali per i cuccioli.
Oggi abbiamo una cosina delle fatine Disney, una di Saetta McQueen e una di Hello Kitty. Tre regali per tre bambini sorridenti.
Anche se i figli poi son solo due ![]()
L’assassino torna sul luogo del delitto
29/04/2009
Ho sulla macchina un odioso contrassegno arancione, con sopra stilizzato un uomo su una sedia a rotelle. E’ la lettera scarlatta che ci si deve portare in giro se si ha bisogno di fruire di determinati benefici, quali determinati parcheggi. Il contrassegno l’ho ovviamente ottenuto per mio figlio, e non lo avrei nemmeno richiesto se per portarlo al centro riabilitativo non avessi bisogno di parcheggiare due volte al giorno in un parcheggio (l’unico in zona) riservato esclusivamente ai disabili, che son poi i frequentatori del centro stesso.
Ieri l’ho ahimè utilizzato anche per fare una sosta, insieme a mio figlio, in un centro commerciale pavese, perchè avevo urgenza di comprare il latte per Chiara.
Diluviava veramente a secchiate, c’erano una dozzina di parcheggi per disabili liberi, e ne ho occupato uno, con tutti i diritti di legge.
Scendo, prendo per mano Alexander.
Passa una coppia sotto un ombrello.
“Guarda la solita stronza che ha il contrassegno rubato con le visite finte, che schifo”
Chiudo le orecchie a mio figlio.
“A testa di cazzo, lo vuoi tu il fottuto contrassegno di merda insieme all’autismo di mio figlio?”
La faccia della tipa non ve la dico, la faccia del marito neppure, li ho visti farsi piccolissimi e scappare.
Poi mi son girata e ho guardato l’insegna del centro commerciale, e ho cominciato a ridere, sotto la pioggia.
Ho baciato il mio cucciolo sorridente e sono entrata al Carrefour ![]()
Immedesimati
20/03/2009
Con gli anni ho capito che mio figlio ha passato più di metà della sua esistenza in un mondo parallelo, da cui poco a poco sta emergendo.
Il segreto per convincerlo a tornare “con me” è stato immedesimarmi nel suo mondo. Così ogni tanto faccio e vivo quello che fa lui, mi perdo con lo sguardo nel vuoto, ascolto un rumore provocato da un filo, osservo minuziosamente particolari che assolutamente avrei tralasciato.
Sono affascinata dal suo mondo, che a modo mio sono più autistica di lui. Io che ho il negozio a detta dei clienti “di un ordine imbarazzante”, che metto tutti gli attaccapanni uguali e tutti girati nello stesso senso, con tutte le taglie in ordine di grandezza, sono più in fissa di lui.
Non ci posso far niente, sono immersa nel suo mondo ogni volta che lo guardo. Ho imparato a capire cosa gli dà fastidio e cosa lo fa impazzire di gioia, semplicemente mettendomi nei suoi panni.
La cosa che non ho mai capito sino a ieri, era che il fatto di vivere in un mondo diverso e a dir poco migliore, evitando le cose negative per fare solo le positive, non gli ha impedito di vivere anche il mio di mondo. E con esso, di soffrire per tutto ciò per cui soffrivo io.
Nessuna gratificazione, nessun gesto ripetitivo può evitargli di vivere con e come me.
Ieri Alexander ha fatto il primo “gioco interpretativo” al centro dove è seguito.
Con una serie di pupazzetti di carta fatti ad hoc ha ricomposto la sua famiglia.
Ha messo una mamma grande, un bambino biondo e una bambina vestita di rosa che gattona tutti vicini.
Poi ha preso un uomo grande e lo ha messo lontano lontano.
E poi ha buttato tutto per aria e si è messo a piangere.
Avrei preferito non saperlo.
Ho visto cose che voi umani..
17/03/2009
Ho camminato in un parco, in un pomeriggio di sole, con entrambi i miei bambini per mano che sorridevano, e mi son sentita padrona del mondo.
Ho visto una mamma allontanare il figlio dal mio, perchè l’autismo è contagioso, e mi è dispiaciuto per la sua ignoranza (tanto i bambini all’asilo giocano tutti insieme).
Ho visto persone accigliate e incupite aprirsi in un sorriso contagioso mentre mi incrociavano, e mi son sentita felice.
Ho visto un bambino orgoglioso di aver raccolto le foglie secche insieme alla mamma ed aver contribuito a sistemare il giardino, con la sorellina che gli batteva le mani dalla finestra.
Vedo tutti i giorni quei due visi rilassati e sorridenti che dormono abbracciati, con la serenità dipinta addosso, e sì, son sempre più convinta di avere la ricetta per rendere il (mio) mondo migliore.
Bedtime Stories
19/02/2009
Finchè hai avuto tre anni e mezzo, hai sempre vissuto il contatto fisico come una costrizione negativa, un fastidio insopportabile.
Ora aspetti che la sera la piccola si accoccoli tra le mie braccia, con la schiena contro il mio torace, e il respiro che le scompiglia i capelli mentre lei si lascia addormentare sorridendo. Poi sorridi, mentre la metto nel suo lettino, aspettando il momento in cui ci ributteremo nel letto, e tu mi puoi abbracciare, infilando i tuoi piedini caldi in mezzo alle mie ginocchia. Mi guardi, sorridi beffardo sapendo che sarò tutta tua, e chiudi gli occhi, pregustando il riposo.
Sino al mattino, ti attacchi a me come una cozza allo scoglio, e se ti svegli giochi con i miei capelli per riaddormentarti da solo. Al mattino apri un occhio, a metà, l’angolo sinistro della tua bocca si atteggia a sorriso mentre ti dico che è ora di andare a scuola. Mi prendi il braccio con forza, ti fai abbracciare stretto stretto, con il viso premuto sul mio petto e mi cingi anche con le gambe per non farmi andare via. Il mio giorno si illumina.
Grazie per darmi tutto questo, Alexander, è un’abitudine che la tua mamma ha preso molto volentieri…
Cinque
09/02/2009
Cinque anni e due ore fa uscivo dalla sala parto con un principe biondo.
Auguri amore mio! ![]()
Memo#2
30/01/2009
Quando parli con un giornalista, scandisci bene le parole, parla piano, e con un tono di voce che sia facilmente comprensibile, altrimenti il “Mio figlio è autosufficiente, sa fare tutto praticamente da solo” diventa “Mio figlio non è autosufficiente, ha bisogno di aiuto per fare tutto”. ![]()
Perchè io sono fortunata #2
28/01/2009
Non ci speravo, onestamente, ma ieri ho avuto la conferma che per il posto liberatosi, e i progressi fatti da mio figlio, entro di diritto nel programma di riabilitazione in day hospital.
Questo significa che Alexander finirà la scuola materna alla una, per poi passare il pomeriggio dalle 13.30 alle 18 in una miniclasse di 6 al centro dove farà terapia, tutti i giorni, seguito da psicomotriciste, educatrici, neuropsichiatri e terapeuti con decenni di esperienza.
Devo davvero molto alla dottoressa Gerardo e a tutto il suo staff. Ha fatto e continua a fare miracoli per Alexander, attenta ad ogni segnale e ad ogni progresso, rispettandolo in maniera materna.
Non dite sempre male delle ASL, delle strutture riconosciute, non è tutto trascurato, menefreghista, ci sono anche dei posti dove lavorano brave persone, che si dedicano ai Vostri figli, li seguono, li aiutano, li accompagnano in un percorso.
E, sì, rinnovo la cosa, sono fortunata ad aver trovato un posto così ![]()
Perchè io son fortunata
23/01/2009
Sento un sacco di mamme, anche di bambini neurotipici, lamentarsi della scarsa integrazione dei propri figli nelle classi di scuola materna e primaria. Addirittura emarginazioni alle elementari perchè bambine che giocano con i maschietti son chiamate lesbiche, cose che a me paiono totalmente assurde, io ho giocato con le Barbie fino alle medie!
Io no. Sono fortunatissima. Le maestre della materna di Alexander hanno fatto un lavoro pazzesco.
Che non è vero che i bambini sono “di natura” buoni, i bambini sono spietati, alienano il debole per deriderlo, di natura. Se però viene loro spiegata la situazione, allora subentra l’istinto protettivo, e il debole viene aiutato perchè “ci si sente grandi” e “si può dare il buon esempio”.
Son due giorni che Alexander non vuole stare giù a giocare quei dieci minuti con la sua insegnante di sostegno, come avevamo sempre fatto per fargli fare un ingresso a scuola meno traumatico, ma vuole salire subito in classe dopo aver messo il buono pasto nella sua cassettina autonomamente ed essersi sistemato il giaccone nel proprio armadietto.
Io, ovviamente, lo assecondo volentieri, sapendo che questo è un ottimo segno di espansione al mondo esterno.
Stamattina mi son soffermata appena arrivata in classe a parlare con la maestra e mi son quasi spaventata.
A parte le scene di delirio al suo ingresso che nemmeno i Beatles negli anni 60, le bambine smettono di giocare e lo vengono a prendere DI PESO per portarlo nell’angolino della cucina, dove lo fanno sedere a tavola e GLI SERVONO la colazione per gioco.
A turno lo prendono IN BRACCIO (21kg di ometto) e se lo sbaciucchiano, comandate da Beatrice, sua fidanzata storica ufficiale, che detta legge su chi lo può coccolare e per quanto tempo.
“Ma scusa, è sempre così? Non si fanno male a prenderlo in braccio?” chiedo alla maestra.
“Dovresti vedere dopo pranzo… sono arrivate al punto di pulirgli persino la bocca quando finisce di mangiare e mettergli via la bavaglia. L’altro giorno che c’era la pizza, lui la indicava e a turno gli cedevano la loro fetta. E’ praticamente il sultano dell’harem”
Beatrice, 6 anni e 10 cm più alta, C., 6 anni e 128 cm di bambinona bionda con la coda sino alla vita, P. mulatta e carina pure lei di una spanna più alta di lui e un anno in più, G. la figlia della mia hairdresser, stessa età ma 5 kg in più.
Era una scena che davvero avrei voluto filmare. Ho pensato che l’integrazione è possibile, quando c’è il buonsenso e la buona volontà del corpo docente. Mi son sentita una mamma davvero molto fortunata.
E sono andata a lavorare felice, che il piccolo è sicuramente in (tante) buone mani ![]()
Quando i gatti si incazzano…
12/01/2009
Primary school, originally uploaded by Black Cat.
Ah, dimenticavo. Tanto per gradire, ho fatto una amichevolissima e gentilissima chiaccherata con la Superiora. Le ho esposto le mie ragioni, colloquiando in maniera molto amabile, e restando certamente aperta a mille altre alternative che la scuola potesse offrirmi.
Da oggi Alexander si ferma a scuola sino alle tre.
Micia, scappa finchè puoi
22/12/2008
Stamattina ci siamo svegliati tutti belli contenti ed allegri, ben prima del suono della sveglia. Siamo scesi e abbiamo fatto colazione. Mi son resa conto che c’era ancora tempo prima dell’orario di apertura del negozio, e ne ho approfittato per giocare un po’ con le mie belve.
Da ieri sera Alexander aveva puntato una delle fantomatiche macchinine di Cars con la carica a molla, esattamente quella che vedete a sinistra. Mi sembrava carino insegnargli come funzionava, perciò mi sono armata di pazienza, mi son seduta per terra in mezzo a lui e a Chiara e gli ho mostrato esattamente dove e come si infilava la chiavettona con la molla per dare la carica alla macchinina, come si tirava, e come si metteva la macchina per farla “impennare” e farla correre.
Due o tre tentativi e Alexander ha imparato perfettamente a usare il gioco. Coredemamma ero tutta orgogliosa, mi son presa la mia tazzulella di caffè e mi sono goduta il piccolo genietto che mostrava alla sorella come giocare con lo sceriffo a molla. Certo, non è che adesso sia qui in negozio senza la minima preoccupazione… soprattutto quando ho visto che appena si era stufato di infilare la molla nel retro della macchinina dello sceriffo, ha preso la Witch tenendola ferma dal lato della coda…
Broadway-Pavia, no return
19/12/2008
Gli altri genitori erano lì, preoccupati che il loro figlio fosse il più bello, quello che cantava meglio, quello che spiccava nel suo costumino.
Io ho cominciato a piangere non appena mi son seduta in teatro. Le recite di Alexander mi ammazzano. Al nido, la recita di fine anno con la consegna dei “diplomini di accesso alla scuola materna” si è scagliato urlante fuori dalla sala. Lo scorso anno è stato tenuto tutto il tempo dalla sua insegnante di sostegno, mentre fissava il vuoto del pubblico, con lo sguardo assente. E sua mamma che caragnava come una fontana in sala, in uno dei pochissimi momenti in cui, al buio, lascio che la mia durezza ceda il posto all’umanità ed alla commozione.
Ero tesa e umidiccia. Con la mia Eos già bella accesa, che aspettava di immortalare almeno un sorriso, uno sguardo interessato, un bambino felice. Ma avevo paura. Non avevo idea di cosa mi aspettasse, di come Alexander avrebbe reagito all’impatto con il pubblico, dopo esser stato tra l’altro, cosa che non succede mai, a scuola un’ora in più per prepararsi.
Sempre più umidiccia, con numerosi kleenex nella tasca, ho visto sfilare i piccoli, adorabili. Sapevo che dopo di loro arrivava il turno dei mezzani, la fascia in cui rientra il mio cucciolo di uomo, e la tensione mi si abbatteva addosso. Partono. Le fatine, le stagioni, le stelle comete… mio figlio non c’è. Ma la stagione dell’estate chiama gli angeli del Natale e vedo Alexander con una tunica di seta azzurra, le decorazioni argento ed il viso disteso che, da solo, segue i suoi compagni e si mette in posizione come un attore consumato. Parte la canzoncina e si accendono le luci dei proiettori. Alexander si ripara gli occhi, ma rimane lì, sorridente, guarda tra il pubblico, mi vede appena sotto il palco, sorride, getta uno sguardo dietro le quinte alla sua insegnante di sostegno e continua a partecipare evidentemente soddisfatto alla recita. La canzone finisce. Alexander segue la formazione degli angeli e prende posto sulla panca a lato del palco, rispettando l’ordine stellacometa-angelo-stellacometa. Si siede e mi guarda. Mi guarda e sorride. Sorride e balla con i compagni al ritmo della musica muovendo il bacino e la testa. Io scatto, scatto, scatto e piango. Piango e gli sorrido. E lui ricambia.
La signora di fianco a me, impassibile, mi fa notare che è uno scempio che le maestre lascino uscire i bambini con il vestito che ha la decorazione staccata, sta male nelle foto, beandosi che sua nipote ha il tutù più composto delle altre, le calzine più bianche, i pon pon più splendenti, che poi riguardandosi tra qualche anno queste cose le noterà, che sono importanti, no? “Signora, per me il più grande traguardo è vedere il suo sorriso, vederlo lì sopra in piena consapevolezza. Di queste stronzate, mi scusi, non me ne frega un cazzo.” e sono andata avanti a piangere.




Recent Comments