Neurodeliri

Life

5

Ci son cose che ti lasciano senza fiato seppur le aspettavi da mesi.

Altre che capitano e ti lasciano lì intontita e incredula.

E devi pensare, pensare, pensare. Perchè ormai soffrire non ha senso, la vita prende le curve delle strade che decidi di percorrere. Si arriva, si parte, a volte si torna. A volte no.

Due persone che conosco sono in fin di vita. E penso a chi gli è vicino, a come sta, perchè lo so benissimo come si sta. Me lo ricordo sin troppo bene.

Guardo i miei gatti, li vedo giocare, saltare, venire a cercare una carezza, e mi domando perchè non possa essere così per tutti. Poter avere un po’ di leggerezza, una carezza, un attimo di gioco. Perchè è maledettamente bello. Invece noi umani siamo avvolti da sensi di colpa che nemmeno dovremmo avere, perchè siamo senzienti, in fondo sappiamo che la strada è quella giusta. Fa male. Ma è quella giusta. Alla fine non lo sai cosa troverai, ma chi di noi può saperlo? Mi ci è voluto un po’, ho dovuto guardarmi dentro, parlarmi, capire perchè stavo male, poi alla fine ci sono arrivata.

Non importa quanta fatica mi costerà quella salita, e tutte le altre che vorrò fare. Sono stanca di stare ferma. Sembra impossibile ma ho ancora più voglia di star bene e far star bene le persone a cui tengo di quanta ne abbia mai avuta. Quindi… io inizio un nuovo capitolo. La fine non la scriverò io, sarà solo in parte mia. Si scriverà da sola. Vado avanti. Ci riprovo a vivere. E’ bello.

22/2

4

E come tutti gli anni puntuale, mi sveglio il 22 Febbraio col vuoto dentro.

Non che gli altri giorni non ci sia, è che oggi è sempre un po’ più forte. Stamattina ho allungato la strada, per tornare a casa dopo aver portato i bambini a scuola, ho scalato la marcia, ho sentito urlare il motore, e ho urlato anch’io, perchè l’unica persona a cui non ho potuto chiedere scusa come avrei voluto, è stata proprio quella a cui non lo potrò mai fare più.

Chiedere scusa non serve a niente però, sai. Ti mette in pace con te stesso, ma non serve a niente. Finchè ti perdoni da solo, soprattutto perchè la maggior parte delle volte quelle che tu percepisci come colpe da espiare son solo il tuo personale modo di sopravvivere. Io non ho niente da farmi perdonare. Da nessuno. Perchè il perdono lo chiedi quando fai del male, e io per ora ne subisco solo.

Aspetto il momento in cui ti ritroverò, da qualche parte, lo sai che non credo in nulla se non nelle nostre anime, e potremo finalmente parlare. Che son nove anni che ti parlo, e parlo da sola come facevo gli ultimi mesi in cui mi guardavi con occhi accusatori. Io non ho colpe. Se non di voler troppo bene, di provare sentimenti troppo forti, e questa non è una colpa. Però non aver fretta di chiarire, io di qua ho ancora molto da fare. Solo continua ad ascoltarmi, che non lo hai più fatto. E io continuerò a parlarti, a piangere, a soffrire. Perchè è da quando sei mancato tu che ho capito cosa voler dire essere soli in mezzo a tutta la gente. Soli. Senza possibilità alcuna.

Ti voglio bene papà.

Febbraio

1

C’è il tempo che passa, e deve passare. Attese che preludono cose belle, altre devastanti. Pensieri scuri, ricorrenti, misti a sorrisi.

Ogni tanto si deve fare i conti con gli altri, e realizzare a quanto poco siano valsi i nostri sforzi, se le cose vanno come vanno.

Perchè la vita ce la creiamo noi, ma non è possibile ipotecare il futuro. Le cose non sono mai come sembrano, a volte c’è il modo di dirselo, altre no.

Per mille motivi, chi non ti vuol sentire, chi se ne va, talvolta per sempre. E ti rimane quel senso di incompiuto, che pervade, e che fai una fatica immane a mandarlo via, tanto poi ritorna.

Una persona a cui voglio molto bene mi ha detto che devo imparare a perdonare me stessa, non perchè sia difficile, ma perchè ho il perdono di chi mi ha ascoltato, e non ho fatto nulla a chi non ho potuto chiedere scusa.

Ma è febbraio. Febbraio. Lo odio Febbraio. E’ un mese duale, ogni tanto cambia, dura di più. Un mese fatto di perdite, un mese fatto di nascite, un mese.

Sì, forse dovrei cominciare a viverlo solo come un mese. Forse ho già cominciato. Comunque ho intenzione di farlo. Lo devo fare per chi mi vuole bene, e, stavolta, soprattutto per me.

My hurricane

0

Era l’agosto del 1992, e io ero a Miami, dove passavo molti mesi l’anno per lavoro.

(more…)

13 ottobre 2010

7

Sì. E’ vero, ultimamente sono negativa… però vorrei raccontarvi qualcosa di bello che ci è successo qualche mese fa.

Il 13 ottobre, mio figlio venne a chiamarmi in cucina, mentre io cucinavo e lui giocava sull’altalena. Mi portò in giardino e mi indicò una macchiolina bianca nera e marrone che stava appoggiata triste, al di fuori della rete del giardino. Un cagnolino. Alexander ha sempre avuto una paura atavica dei cani, del tipo che se ne vedevamo uno a Roma, lui era già corso sino in Croazia. Quindi capirete quanto la cosa mi lasciasse parecchio basita. “Lo vuoi? Lo portiamo in casa?” e subito la risposta fu un deciso si con la testolina. Facemmo il giro dell’isolato sino ai campi coltivati, feci un fischio al cane e questo, come se fosse la cosa più normale del mondo, ci seguì sino in casa, sistemandosi subito sotto al caminetto, sdraiato.

Mi vide la vicina “sai, sono tre giorni che quel cane sta sdraiato col muso sulla tua rete… se non lo prendevate voi, stavo per convincere mio marito” e subito pensai “col cazzo, lo vuole Alex ora è nostro :D

Chiamo la mia amica e insieme portiamo la bestiola dal veterinario, per una visita e un’eventuale ricerca dei padroni. Il cane era evidentemente provato dalla fatica, ma era pulito sino all’inverosimile, non aveva nemmeno un acaro nelle orecchie, però purtroppo aveva il microchip. Già ero triste, avrei dovuto chiamare il padrone… Dopo una veloce ricerca, il veterinario mi disse “si, il cane è chippato, ma non è registrato… forse è una disattenzione, le dò il numero della dottoressa che ha messo il chip, provi a contattarla”

Chiamo. Una persona ADORABILE è dir poco. Scoprì che il cane condivideva con mio figlio il giorno di nascita, e che proveniva da pochi metri da dove andava mio padre a caccia… il che equivale a circa QUARANTA km da casa nostra. Come sia arrivato qui non si sa. So solo che le persone che lo avevano adottato avevano preso il cane e poi mai portato i documenti alla veterinaria, non lo avevano mai cercato ed erano due ragazzini poco più che maggiorenni, che si erano pure presi poco cura di lui. Visti i pregressi, la dottoressa sapendo quanto Alex teneva al cane e la sua precedente avversione ai canidi ora scomparsa, ci ha intestato il cane. Ho conosciuto la sua mamma animale e la sua mamma umana, durante le visite, che non hanno mai smesso di ringraziarmi. Ho ricevuto le foto della sua nascita, le foto dei fratellini mentre ancora poppavano.

Eric vive con noi da quel giorno. E’ un cane incredibile, di una educazione ed intelligenza che nemmeno nella dozzina di cani avuti da ragazza avevo mai trovato. Ha una pazienza con Alexander pazzesca. Lo redarguisce, ci gioca, scherzano, si inseguono e… giocano a palla. I bambini se lo contendono e, come loro, tutte le persone che lo incontrano. E non solo: dopo pochi giorni che era qui, anche Witch, gatta femmina di dieci anni più grande, lo ha praticamente adottato. Se volete sbirciare un po’ la storia fotografica del nostro Eric, la trovate qui insieme alle foto della sua compagna pelosa :)

E una fetta di culo, no?

5

Sono stressata, da me stessa e dagli altri.

Che, ogni singolo giorno ci sono quelli che ehi, lavori al pc, che figata, non fai un cazzo tutto il giorno e puoi lavorare la sera. Certo, perchè 12 ore con due figli a casa, di cui uno con i problemi di Alexander, sono una passeggiata di salute, la tranquillità estrema, lo zen dei sensi. E alle undici quando li metti a letto e stai sveglia sino alle due o alle tre, per poi alzarti alle sette del giorno dopo è una vita della madonna.

Poi, eh, si, signora mia, quelli che oh, per come sei ora (leggasi GRASSA) non puoi che piacere a uno di 50/60 anni, chi cazzo ti piglia come sei messa tra i tuoi coetanei? Ma vai da una dietologa, fai palestra. Tutte cose che posso largamente permettermi vivendo con 1200 euro mensili in tre persone. Tutte cose che vengono elargite in abbondanza dalle Onlus.

Le stesse persone per cui ogni singola sfiga, da quella economica, a quelle di salute di mio figlio, sono derivanti dalle mie scelte, sbagliate, tutte, sin dalla prima. Matrimonio sbagliato, figli che sarebbe meglio non aver mai avuto, li hai voluti ora son cazzi tuoi, il lavoro non te lo sei potuta tenere perchè hai voluto fare la madre, e guarda ora come sei ridotta, che pena che fai.

Poi ti fai una serata fuori e oh, sei sempre in giro. Ma lo vuoi capire che hai una certa età (si, 36 anni, quindi?) e non è il caso di andare fuori a bere la sera o a ballare (ultima volta un anno e passa fa) e dovresti pensare a stare con i tuoi figli e non vedere il weekend che sono dal padre come relax. Ma da cosa cazzo ti devi riposare, tu, che sei quella che non fa un cazzo? Non fai un cazzo nella vita, lavori tre ore al giorno, la sera, che cazzo hai da essere stanca?

Il fatto che vorresti lavorarne venti di ore, in un ufficio, con persone con cui puoi parlare e confrontarti, ma non puoi allontanarti da sta cazzo di vita di merda che ti opprime, non puoi lasciar soli i tuoi figli, non puoi pensare che nessuno si prenda carico di Alexander è totalmente irrilevante, no? Sono io che con le mie scelte ho creato tutto questo. Io. E ora pago. Io.

E puntualmente mi sento buttare letame addosso per come, a fatica, riesco a tenere la testa appena fuori dal liquame.

Finirà come la volta prima. Che sino all’ultimo giorno sarò la povera scema. La povera stronza. Quella patetica, che ha avuto anche l’ardire di lamentarsi di questa magnifica vita. Fottiti.

Che poi…

5

Non è che mi ci vorrebbe molto.

Magari stare meglio, somatizzare meno. Non vomitare l’anima ogni volta che mi lascio andare alla rabbia, non svenire a metà pomeriggio perchè ho avuto una discussione acerrima, sinchè non mi chiamano da scuola preoccupati.

Un sorriso, di quelli che ti scaldano il cuore, uno di quelli che non vedo da troppo tempo, sincero, disinteressato, vero.

Parole, quelle che ogni giorno che passa temi di non udire mai, le stesse parole che tagliano un uomo in due se usate bene, a volte fanno ancor più male se non sono dette. Mai dette.

L’amore. Quello totale. Quello che tristemente non credo di aver mai provato in 36 anni e che molto probabilmente non fa per me.

La soddisfazione personale, quella a cui ho dovuto rinunciare per il bene delle altre persone, lavoro, hobbies, passioni, tutte dietro le mie spalle, tutte lì, come spilli, infilati ancora nel cuore che non smette di sanguinare.

Un fisico che non mi tradisca, che la smetta di aver bisogno di medicine su medicine, che torni a sorreggermi, prima che stremata da tutte le schifezze che sono obbligata a prendere diventi una balena obesa ancor più di quanto lo sono adesso, che già mi fa schifo guardarmi.

Forse anche la speranza, che ultimamente fatico a trovare. Lascia il posto all’acredine, all’amarezza, alla malinconia e al rimpianto.

Già. Non è poco. E’ tanto quello che mi serve, e non si possono trovare tanti tesori tutti insieme. Forse dovrei cominciare ad abbracciare l’idea che anche uno solo di questi potrei farmelo bastare. E’ che la voglia che qualcosa o qualcuno mi prenda per mano e mi aiuti è così forte, che ogni tanto mi trovo sopraffatta da lei.

Periodi. Ne ho passate tante, passerò anche questa. Forse.

Il problema, ora, è che non sono più forte. Sono stanca, stanca, stanca. Stanca. Stanca.

Per fortuna i gatti hanno tante vite…

2

Mesi fa mi sono lesionata la cornea sinistra, e in poco tempo son riuscita a guarire.

Due notti fa ho cominciato a sentire un dolore fortissimo, come se un chiodo mi partisse da dentro il cervello e mi pungesse il retro del bulbo oculare, una roba atroce, tanto che ieri mattina mi son fatta accompagnare dal cogenitore ex-marito in pronto soccorso oftalmico. Purtroppo l’attesa era lunga, lui aveva altri appuntamenti perciò a un certo punto gli ho detto di andare, caso mai sarebbe ritornato dopo.

Ovviamente, per la legge di Murphy, appena lui va via mi chiamano.

Senza scendere in grandi dettagli, la stessa cornea aveva una lacerazione molto più estesa, è stata necessaria una procedura di sistemazione stile “Arancia Meccanica” e io sono uscita con un occhio completamente bendato, la faccia pesta, l’altro occhio anestetizzato e con la pupilla dilatata, pieno di una pomatina grassa che mi lasciava intravedere tutto come se avessi la “calza” delle telecamere :D Ma soprattutto, ero lì da sola.

“Mamma, ciao, sono uscita, ehm non potresti venire a prendermi? Ah, si, ok, non conosci Pavia, beh, mi arrangio”.

Mi dicono che i taxi sono appena fuori dall’uscita del San Matteo, mi armo di coraggio ed esco. Un sole della madonna, io ad ogni passo stavo sempre peggio e per di più mi girava la testa.

Intravedo una signora in carrozzina “Scusi, l’uscita è di là, vero?” “No, è dall’altra parte, se vuole spingermi la accompagno” “Signora, abbia pazienza, vado da sola, che almeno se cado faccio da me e non rischio di farla finire sotto una macchina… grazie” Seguo il filo del marciapiede e vado. Esco. La strada… Lontano vedo una macchia arancione e penso – oh, il cartello dei taxi, fico! – solo che poi realizzo che mi trovo a dover attraversare una strada a doppia carreggiata per senso di marcia, senza semaforo. Vicino a me c’è qualcuno. “Scusi, non è che posso attraversare con lei?” e non mi risponde. Tolgo gli occhiali, faccio vedere la benda e aggiungo “Non ci vedo, sono uscita ora dal San Matteo” “Ah, scusi, si, si figuri, mi dia la mano” e attraverso. Aspetto ma di taxi nemmeno l’ombra. So che lì vicino c’è un’edicola e chiedo “Signora, scusi, ma i taxi?” “Ahhh, qui non vengono mai. Deve andare in stazione, col bus numero 3″ Faccio per cercare il portafoglio ma non riesco a mettere a fuoco nella borsa, continuo ad avere le vertigini ma il cervello ancora mi funziona. Ricordo di avere in tasca due euro, glieli do e mi prendo il biglietto.

A fatica intravedo la pensilina. Scorgo, credo :D, una signora anziana con un ragazzo. “Signora, scusi, se arriva il tre mi potrebbe avvisare che devo prenderlo?” anche lì, nessuna risposta, tolgo gli occhiali, mostro il disastro “Non ci vedo…” “Ah, scusi, sa con tutti i malintenzionati che ci sono… mi dia il braccio che quando arriva il tre mio nipote ci carica entrambe” Poco dopo arriva il bus. Mi concentro, ce la posso fare. Ovviamente cedo il passo alla signora, resto indietro, non vedo l’ultimo scalino e finisco IN BRACCIO al conducente. “Senta abbia pazienza, non ci vedo, non ho visto lo scalino…” “Dove deve scendere?” “In stazione…” “Ecco, allora si metta qui vicino a me che la avviso io” Ewwwiwwwaaa, qualcuno che mi aiuta. Si, ma damn, devo obliterare… una vecchietta mossa a compassione mi oblitera il biglietto, mi sistema in un angolino vicino all’obliteratrice e mi offre persino il suo posto a sedere che rifiuto avendo solo poche fermate.

Arrivo, scendo, saluto e ringrazio. Mò son di nuovo sola. E’ mezzogiorno passato, ci sono trenta gradi, non vedo un cazzo, sto male. Però la stazione la conosco. A tentoni, per evitare le aiuole, arrivo al deposito dove, ovviamente, non ci sono taxi.  Mi attacco al palo del cartello perchè mi viene un capogiro e, a mò di Mr Magoo, vedo che esiste un numero di radiotaxi da chiamare. Istantaneamente lancio una maledizione all’edicolante che me lo poteva anche dire e non vendere un biglietto. Ravano nella borsa, cerco il telefono e ringrazio il cielo che l’androide ha i tastoni numerici enormi, chiamo e prenoto.

Dopo cinque minuti esatti arriva il mio taxi, vedo la macchina bianca (o meglio la sua sagoma) mi alzo a fatica dal marciapiede dove mi ero messa per non rotolare per terra ma… una ragazza sudamericana esce di corsa dalla stazione e sale al volo sulla mia auto fermandola pochi metri prima di me. Scene da delirio, un vecchietto che la insulta per il gesto maleducato, tenta di lanciargli oggetti e preso dalla pena e compassione, si siede lì vicino a me e mi chiama un’altro taxi col suo cellulare.

Finalmente arriva la macchina, chiacchere di rito, mi riporta a casa dove mia mamma mi aveva preparato il pranzo “prima che ti prendi fuoco col gas” O.o

Pago, spero mi dia il resto giusto, e scendo mentre la figlia lo chiama e lui ci fa una lite mostruosa al telefono. Citofono, questo fa inversione, non vede il muro dell’ingresso di mia mamma, “aggancia” la portiera di guida della sua utilitaria e… la porta si stacca e cade a terra.

Oh, io son corsa dentro, prima che questo si incazzasse con me, ho mangiato qualcosina e poi sono andata a morire nel letto.

Oggi ci vedo, non ho più dolori, l’occhio destro sta alla grande, il sinistro recupererà, ma il mio giovedì mattina era da raccontare :D

Saluti dalla vostra Gatta-MrMagoo :*

Weird mind

1

Stanotte ti ho sognato.

Il tuo era un viso sconosciuto, la tua pelle aveva un profumo mai sentito, la tua voce era qualcosa di diverso.

Mi prendevi per mano e mi davi sicurezza. Non erano solo parole, i tuoi erano fatti, verità.

Ci sorreggevamo, ci accompagnavamo verso un domani.

E finivo di arrancare, smettevo di aver timore. Era tutto più bello. Meraviglioso al punto che mi son svegliata tra le lacrime.

Perchè era un sogno, tu non esisti e nemmeno so se ti incontrerò mai. Ma grazie lo stesso per i momenti che mi hai donato.

Just a single word

19

Era un sogno bello, anzi no, bellissimo. E troppo realistico.
Ho smesso da tempo di credere ai miei sogni, anche se a volte dovrei farlo, perchè credo fermamente ci sia “qualcosa” di superiore che tesse le fila delle nostre vite. Non un Dio, quello no, ma qualcuno che ci vuole bene e magari se ne è andato. Credo molto nella reincarnazione, lo ammetto.
Ma torniamo al sogno. Eravamo lì, noi tre, con il cagnolino (di cui vi parlerò) e a un certo punto sentivo Alexander che cominciava a mugolare. Mugolii che senza alcuno sforzo diventavano man mano più chiari, più coerenti. Diventavano parole.
Nel sogno dentro di me mi dilaniavo. Parole. Discorsi. Di mio figlio. Ma restavo ferma, immobile, senza tradire alcuna emozione. E lui continuava, e mi chiedeva “Ma mamma, era così facile, e io non ho mai provato? Perchè?” e parlavamo, parlavamo, parlavamo…
Ma stasera eravamo lì a giocare, cantavamo, sul letto, tutti e tre. Con il cane a fianco che scodinzolava felice.
Chiara cantava. E io facevo vedere a lui come muovere la lingua, per fare “la-la-la”.
Solo che lui a un certo punto mi ha guardato e mi ha chiesto “Così? La-la-la”
E io non ce l’ho fatta. Ho cominciato a piangere a dirotto, e sto piangendo ancora ora.
Ho visto quei due occhi nocciola sgranarsi stupiti, al sentire il suono della propria voce. E ho sentito qualcosa dentro di me esplodere, continua a esplodere.
Ho visto la sua paura. Ho sentito la sua voce.
E probabilmente, fossi meno testa di cazzo, magari avessi mantenuto la calma, forse avrebbe provato ancora.
Non riesco, non riesco, non riesco a fermarmi. E’ successo. Davvero. Qui. Stasera.
Con Chiara che mi diceva “Mamma, è solo una parola, cosa farai quando ne dirà altre? Ne dirà altre!”
E io che tentavo di tranquillizzare lei, lui e soprattutto me. “Amore, forse i miei occhi avranno meno caldo, e smetteranno di sudare”

Accogliere é accudire

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Vi segnalo il mio personale punto di vista per il tema del mese di Genitori Crescono, su qualcosa che mi sta particolarmente a cuore… ;)

Me lo voglio ricordare così

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Questo è il mio giardino ieri, dopo tre ore di hard gardening.
Da oggi è intasato di impalcature, chè si è reso necessario rifare i tetti della corte dove abito.
Le han montate stamane, mentre ero in giro per commissioni. Al mio rientro con Alexander, siamo stati accolti da un coro di muratori sessantenni che cantavano a squarciagola “Bad Romance” di Lady Gaga, ma non è tutto.
Uno si dondolava sull’altalena. L’altro scendeva dallo scivolo.
Ecco.

Sottili ironie del destino

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Ti capitano quelle giornate in cui dovresti fare mille cose, riesci a farne una e la fai talmente male che ti cade pure tutto sul pavimento.
Quelle giornate in cui stiri. Il ferro da stiro prende fuoco. I bambini sono stranamente e fortunatamente a distanza di sicurezza.
Ma ti sei dimenticata che hai su un paio di pantajazz in misto acrilico, che con la fiammata prendono fuoco anche loro.
Allora con tutta la foga che puoi ti spogli, per non ustionarti, noncurante di quanta roba ti stia togliendo.
Poi tiri un sospiro di sollievo, mentre i figli ridono ignari del pericolo, e tutta completamente nuda scorgi dalla finestra il tuo vicino con la bocca spalancata.
Shit.

Bomb

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Ci son giorni in cui davvero vorresti non esserti svegliata ed aver continuato a dormire, e sognare.
Giorni come oggi. Giorni in cui svegliarti, in realtà, fa cominciare il nuovo ennesimo incubo.
Ti ritrovi davanti una pagina da scrivere, per dirlo, per esorcizzarlo, ma lui è lì. E sanguina. Proprio lì, sopra la vena del tuo collo, e sanguina.
Io me lo ricordo, 17 anni fa, mia mamma aveva pochi anni di vita, e grazie al cielo si sbagliavano, sta ancora bene. Ma ho nella mente tutte le operazioni, io che studiavo per l’esame di maturità su quella sedia dura e scomoda del reparto oncologia, studiavo per non pensare, e non pregavo, perchè ormai la fede l’avevo persa. Ricordo le terapie, gli esami invasivi, e tutte le volte ero lì, e vedevo il demone che passeggiava, serafico, tranquillo. Sinchè otto operazioni e diverse asportazioni di grossa entità segnarono mia mamma ma lo scacciarono. A lungo.
Ricordo anche di nove anni fa, quando anche a mio padre ne sanguinò uno, sulla schiena. E l’oncologo dopo alcuni mesi disse “proviamo”. Ricordo la conta delle metastasi, ricordo quando io e mamma mettevamo le pomate per far aderire la pelle sintetica che doveva preservare la sua epidermide provata dalle radiazioni al cervello. Tutti i giorni.
Poi guardo le mie sei cicatrici. Guardo la microasportazione del mio seno sinistro e mi ricordo l’ultimo chirurgo che mi ha detto “quello va tenuto d’occhio, se cambia forma, colore o sanguina, vieni qui”.
Ho visto la gocciolina di sangue stamattina sul cuscino. No, non è stata una bella mattina.
E so cosa mi aspetta domani. Un appuntamento di urgenza con il dermatologo, un’altra asportazione, un’altra settimana di tempo per sapere se anche stavolta mi va bene. O no.
Che uno tenta sempre di cacciare i cattivi pensieri, le negatività. Poi, beh, poi capita che ti ritrovi ancora a piangere e no, non è solo congiuntivite.

Oxygen mask

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Giovanni e Serena, nel post precedente, hanno ragione da vendere, perchè mi conoscono.
Ogni tanto mi perdo anch’io, poi basta poco e mi ritrovo. E riparto.
Ho ribaltato la casa. E quando dico “ribaltato” chi sa come sono fatta ha ben presente che metto a posto ogni anfratto eliminando ogni granello di polvere, riadattando la logistica interna dei mobili in modo quasi maniacale. Questo fintanto che la malefica influenza mi ha precluso di uscire di casa. Una casa che è maledettamente troppo grande e presto spero sarà abitata da altre persone.
Poi oggi pomeriggio, mi son fatta una lunga doccia. Mi sono infilata un paio di jeans, una tshirt nera e un paio di Adidas, senza un filo di trucco, son passata dal bancomat e sono andata al cinema.
Da sola, con me stessa, e stavo bene. Maledettamente bene.
Mi sono infilata nel sushi bar, davanti a due ragazzi che penso stessero insieme. Molto carini, biondi entrambi, con lo stesso taglio di capelli, un po’ eccentrici ma ai miei occhi romantici. La tipica coppia gay che io guardo con piacere e gli altri con disgusto, ma questa cosa non cambierà mai, così come non diminuirà l’ignoranza collettiva.
Alla fine mi son concessa la seconda delle tre sigarette che ho deciso di tollerare. Non sono dipendente dai vizi, li posso controllare. Infatti passare da 50 a 3 mi costa giusto il tempo di pensarlo e sto bene uguale, anzi, di più.
Il film di stasera, una cosa da bimbiminkia lo so, Twilight – Eclipse. Un pubblico eterogeneo, dai miei coetanei, alle cinquantenni, alla famiglia accanto a me con bambina di otto anni otto. Chiara, come la mia Chiara. Con le stesse mosse, le stesse manie, il contarsi i soldini nel portafogli per “vedere se ci sono tutti”, giocare con lo smartphone di mamma andando su iTunes ed iPod con nonchalanche, la passeggiatina per sgranchirsi le gambe “posso andare lì, vero mamma?” una cosa incredibile, al punto che mi son dovuta giustificare per il sorriso ebete che avevo nel guardarla “Ho anch’io una Chiara, son davvero uguali!”
E immergersi nel film, sorridere col protagonista, vivere un po’ di quelle sensazioni che puoi provare solo quando riesci ad immedesimarti perchè hai cuore e mente sgombri. Gioia, amore, sofferenza.
Capire che sei viva, insomma.
Così torno a casa, felice, dopo una cosa così semplice come un film, e trovo la mia gatta che mi aspetta, che entra insieme a me e sembra capire cosa mi passa per la testa.
Mi fumo l’ultima sigaretta seduta sul lavandino della cucina, con le spalle alla finestra, verso i miei gerani “Angel Eyes” e una vecchia canzone di sottofondo. Ancora sorrido. Ma si, ce l’ho fatta anche questa volta, ho sconfitto i brutti pensieri e sono pronta a ricominciare.

Ferragosto

5

Una giornata strana oggi.
Da cinque giorni non vedo i miei bambini. Non sono mai stata così tanto tempo lontana da loro, e questo mi fa stare malissimo.
Come se mi mancasse l’aria, come se nulla valesse la pena di un sorriso, di esser vissuto con gioia.
A complemento del mio stato d’animo pessimo, si è aggiunta l’influenza post settimana di ferie, una quasi visita dei topi d’appartamento e una cartella esattoriale per non farsi mancare nulla.
Prendo in mano la mia vita, tra yogurt, tisane e sciroppi, col termometro vicino al letto e la pioggia che non cessa se non per sporadici sprazzi di sole già autunnale.
Mi guardo dentro e vedo il futuro che vorrei, leggo un po’ i miei sogni.
Vedo Alexander, felice nella sua nuova scuola, che impara, con la gioia e la serenità di un bambino di sei anni.
Vedo Chiara, all’asilo, circondata da nuove amiche con cui condivide esperienze che la faranno crescere ancor più bella di quanto già sia.
Vedo me. E non vedo nulla.
Questo è il problema. Riesco a concentrarmi ed a gioire solo per quanto riguarda i miei figli, ma non ho idea di cosa sarà di me.
Sono in un limbo, senza progetti, stremata e con poche risorse. Tiro fuori le unghie solo per loro ma non riesco più a lottare per me, e ciò, no, non è un bene.
Ho tempo ancora qualche giorno, per decifrare quello che mi sta succedendo e poi, sicuramente, reagirò. Certo è che questa situazione non mi piace per nulla.

Fab Four in Gardaland

6

Oggi ho visto un bambino su un trattore finto che sorrideva ai maialini e alle mucche finte.
Una bambina che credeva di volare guidando un aereo di fianco alla mamma.
Occhi che avidi guardavano il mondo da una monorotaia, alti come mai erano stati.
Ho visto foto di ricercati nel west, tre ricercati, una pericolosissima donna sorridente e due cuccioli estasiati.
Ho visto adulti di più di 40 anni col timore dell’Ortobruco e ancor di più della Magic House.
C’era poi una bambina di quasi venti kg in un marsupio sulla schiena della mamma, che si lamentava che era stanca, lei…
E poi i pirati, i delfini, i faraoni, gli scoiattoli, gli alberi che muovevano gli occhi, e il Sea Life. Dove una duenne urlava che nevolevaDDDDUEE indicando gli squali.
Scivoli, schizzi d’acqua, elefantini dorati, fiori e uccellini cinguettanti.
E ho visto, scusate se è poco, due bambini felici, con due genitori sorridenti, soddisfatti e distrutti.
E che il resto se ne andasse tutto affanculo. :)

Segnalazioni

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Quando la disabilità non è un limite: vi segnalo questo sito, da dove potrete seguire l’impresa di due ragazzi meravigliosi, di cui uno cieco dalla nascita, che attraverseranno l’Asia in tandem, portando con loro la Carta dei Diritti dei Disabili.

Tratto dalla loro home page:

15.000 chilometri, più o meno, in sella ad un tandem: da Schio “fino alla fine del mondo”, attraverso i Balcani, la Turchia, l’Iran, le ex repubbliche Sovietiche, la Cina, il Pakistan e l’India, dove il viaggio, forse, ripartirà. In due, da soli, in piena autonomia. Con zaini, tenda, telecamera ad alta definizione, computer.
Senza limiti di tempo o di direzione.
Per accumulare incontri, emozioni, ricordi, sensazioni; per vivere, quindi, e per raccontare tutto in un blog in presa diretta, con le immagini, le parole, le persone che riusciremo a vedere, dire, sentire, presentare…

Saremo ambasciatori dell’ONU e porteremo la carta dei diritti dei disabili al cospetto di sua Santità il Dalai Lama.

In bocca al lupo ragazzi :)

La torre del castello

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Quando penso a casa mia la vedo come una torre. Si sviluppa in altezza, e in cima c’è il mio universo.
E’ un susseguirsi di gesti, la sera, quando il mio mondo piccolo dorme, e io posso finalmente dedicarmi a me.
Mi chiudo la porta alle spalle, spalanco la finestra, accendo un incenso orientale e abbasso le luci.
L’acqua calda, quasi bollente, scorre, è invitante, il profumo di limone speziato che lasciano gli olii da bagno è irresistibile. Mezz’ora, nell’elemento primario, dove i pensieri si sciolgono, le lacrime si confondono con le gocce ed il vapore, le mani giocano e gli occhi scorgono le stelle fuori dai lucernai, quando è sereno.
Musica, a corollario di tutto, quella che ti fa sognare, ti fa viaggiare in mondi lontani, quella che ti arriva al cuore, a volte te lo accarezza, o te lo disintegra in mille scheggie appuntite.
Guardo quel letto, e mi pregusto il momento in cui potrò lasciar andare i capelli sui cuscini morbidi e profumati d’oriente, dove potrò distendere tutte le tensioni di una giornata finita e ricaricarmi per le nuove sfide da affrontare al mio risveglio.
E’ brutto da dire, ma non ho ricordi di questa stanza, non ne ho. La mia mente li ha rimossi, è come se l’avessi sempre vissuto da sola, il mio castello.
E in sere come queste la malinconia sale, i pensieri si accapigliano tra loro, le paure fanno capolino, lì dove vorresti ci fossero solo sorrisi e speranza, in realtà si fa strada il buio, e temibile come mai, ogni tanto bussa anche la voglia di lasciar perdere e sopravvivere.
Ma non ci riesco. Adagiarmi e non lottare non fa parte di me. Sono arrivata sino a qui, e andrò molto oltre.
Ci sarà presto una sera, come questa, quando la pioggia rumoreggia sul tetto, e picchia sui vetri, in cui scenderò dalla torre, e davanti a un camino acceso, con due bicchieri di Armagnac invecchiato, si esorcizzeranno i demoni e le paure, e ci si lascerà andare a noi.

Genitori e genitori

26

Non posso farci niente, sono infastidita come se avessi attorno un nugolo di zanzare tigre.
Troppo, troppo spesso leggo di genitori 2.0 che non fanno altro che lamentarsi dei propri figli. E parlano troppo, e il pannolino, e cheduepalle, e mandiamolo all’asilo sin dai tre mesi che cristo non ho tempo per me, oh, non posso fare gli aperitivi con le amichètte, lo shopping con la bambina è improponibile, eh, signora mia, le vacanze con i bambini mai!
Cosa.fate.a.fare.i.figli?
Statevene in coppia, o single, prendete precauzioni, praticate l’astinenza ma NON figliate!
Vostro figlio parla troppo? Vi fa troppe domande e vi viene il mal di testa? Oh, bravi, venite a dirlo a me, che la voce di mio figlio la sogno di notte, non ci vivo.
Quel bambino cresce con il vostro sapere, dovreste essere orgogliosi di potergli trasmettere la vostra conoscenza, le vostre tradizioni, le radici da cui proviene la vostra famiglia, vergognatevi!
Oh, mi è saltato l’happy hour! Cavolo, davvero, è un bel problema eh? Sapete, si possono portare anche i figli in giro, non è necessario e propedeutico chiuderli in casa. Avrete un partner se avete dei figli, magari più sano di mente, che ve li può tenere. O una baby sitter, magari contribuireste a farle finire gli studi a ‘sta santa donna. E, per inciso, si vive anche facendone meno di tre alla settimana di aperitivi, perchè, di solito, stare con i figli voluti è fonte di altrettanta gioia. (se proprio dobbiamo paragonare un bloody mary con due patatine stantie al sorriso di vostro figlio)
Si può far tutto con i bambini, si può andare a far la spesa, in vacanza, a visitare musei, acquari e monumenti.
Basta volerlo, come si presuppone abbiate voluto dar vita a quell’esserino che dipende da voi.
A me da fastidio portarmi come esempio, ma vi farei vedere quanto è difficile fare l’acrobata con due figli così diversi come i miei.
Cercare di soddisfare bisogni talmente opposti e distanti da rendere pazzo chiunque, non fare differenze mentre parli con una e l’altro soffre per non poter partecipare.
Cercare di lavorare a casa, altrimenti i figli te li crescono educatori e tate, e una buona madre dentro di sè soffre per non poter stare con loro, se anche solo lontanamente ne ha possibilità.
Devi fare l’equilibrista su un filo di seta, realizzare dei sogni da bambino anche se per te sono inezie, dare sfogo alle loro passioni, anche e soprattutto se ti vengono manifestate. E questo, [inserire impropero a piacere] anche se ti fa saltare il parrucchiere o l’estetista.
Che ti puoi anche lavare tu i capelli, o fare la ceretta in pausa pranzo accontentandoti di uno snack.
Che, il bene dei propri figli, non ha prezzo. E se non l’hai ancora capito, scusa, non sei un genitore.

Perchè.

12

Arriva il giorno in cui tutto si delinea.
Il giorno in cui capisci che le tue priorità devono essere altre, che quelle che hai avuto sinora erano effimere, sbagliate, chiamatele come volete.
Arriva il giorno in cui ti chiedi perchè. Perchè succede tutto ciò che succede.
Se lo hai voluto tu, se si è creato da solo, se ne uscirai fuori, se ritroverai la tua serenità.
Quel giorno arriva, e lo devi cogliere.
Imparare dagli errori del passato per costruire un futuro migliore per chi hai vicino, e per chi non c’è. Migliore, punto.
Riapri porte, ne chiudi altre, ripensi a quello che non è più, e inevitabilmente ti chiedi se era meglio prima o se è meglio ora.
Certo è che non puoi recuperare ciò che non esiste, e non puoi più di tanto cambiare le cose. Solo migliorarle, ecco.
Questo sì.
Però, comunque, ti rimane un grande, grande, perchè.

E bentornata a me.

Hard days

14

Quando dai delle svolte alla tua vita non è mai per caso.
Pensi, rifletti, ti struggi, soffri e sogni.
Il segreto della mia positività è negli occhi curiosi di un bambino che prima non voleva il mondo.
I motivi del mio ottimismo sono due sole parole, arrivate per caso, ad illuminare una vita che comunque ho sempre ritenuto “normale” e “felice” per il solo fatto che poteva essere vissuta.
Il sole di una mattina di autunno fredda come oggi fa partire i miei pensieri, il freddo che mi punge le guance non mi dà fastidio, mi scivola via, così come tutte le accuse.
Ho (abbiamo) il diritto di essere felice, non intendo lasciar compromettere a niente e nessuno questo stato di grazia.
Non so cosa mi riserva il futuro, mi vivo il presente con la sola richiesta di star bene, in salute, con la mia consueta forza d’animo, il sorriso sulle labbra e la mia fermezza, un lato che ho sempre odiato ma col tempo ho imparato ad apprezzare.
Son giorni difficili, in cui le scelte che ho fatto prendono forma, e mi lasciano senza fiato.
Son giorni splendidi, e, sì, anche oggi per me c’è il sole, come sempre.

Ritorno con stile

4

Gli asciugamani da spiaggia sono come dei culi.
Appena li compri sono come il sederino di un neonato esente da eritema, morbidi e carezzosi.
Dopo qualche lavaggio diventano più rinsecchiti e repellenti del culo di un anziano allettato con le piaghe da decubito.
Sono una casalinga frustrata, ecco.

Famiglie imbarazzanti

9

Tarda serata, entra in negozio una nonna sui sessanta con nipotina sugli otto anni. Cercano qualcosa per l’imminente arrivo del fratellino.
“Uè Signò anche voi siete in attesa eh?”
Ringhio sommesso.
“No, Signora, ho smesso di allattare da pochi mesi e ho perso solo nove chili… Sono grossa, lo so.”
“E non vi preoccupate che poi non si rimane chiatte, mia figlia di sette mesi ha messo solo quattro chili”
Ringhio meno sommesso.
Parla la nipotina.
“Nonna non vedi che la signora è la sorella castana di quella che canta Poker Face?”
Cristo.

Tentazioni

7

Son riuscita ad uscire dal girone infernale.
I diavoli oscuri mi traevano a loro, tentandomi. Luci sfolgoranti, atmosfere marine, miraggi di beltade.
La loro musicale voce tentava di persuadermi a seguirli, come sirene per i naviganti. Veli impalpabili si posavano su di me per annullare le mie volontà, che si agitavano per farmi resistere.
Ma ce l’ho fatta. E son tornata alla vita.
———
Traduzione: sono andata da Sephora, ma nonostante le commesse in nero mi abbiano proposto le cremine più profumate, i doposole più allettanti e gli antirughe più efficaci, son riuscita a prendere solo mascara e matita che avevo finito. Son fiera di me :P

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