Neurodeliri

Bomb

Ci son giorni in cui davvero vorresti non esserti svegliata ed aver continuato a dormire, e sognare.
Giorni come oggi. Giorni in cui svegliarti, in realtà, fa cominciare il nuovo ennesimo incubo.
Ti ritrovi davanti una pagina da scrivere, per dirlo, per esorcizzarlo, ma lui è lì. E sanguina. Proprio lì, sopra la vena del tuo collo, e sanguina.
Io me lo ricordo, 17 anni fa, mia mamma aveva pochi anni di vita, e grazie al cielo si sbagliavano, sta ancora bene. Ma ho nella mente tutte le operazioni, io che studiavo per l’esame di maturità su quella sedia dura e scomoda del reparto oncologia, studiavo per non pensare, e non pregavo, perchè ormai la fede l’avevo persa. Ricordo le terapie, gli esami invasivi, e tutte le volte ero lì, e vedevo il demone che passeggiava, serafico, tranquillo. Sinchè otto operazioni e diverse asportazioni di grossa entità segnarono mia mamma ma lo scacciarono. A lungo.
Ricordo anche di nove anni fa, quando anche a mio padre ne sanguinò uno, sulla schiena. E l’oncologo dopo alcuni mesi disse “proviamo”. Ricordo la conta delle metastasi, ricordo quando io e mamma mettevamo le pomate per far aderire la pelle sintetica che doveva preservare la sua epidermide provata dalle radiazioni al cervello. Tutti i giorni.
Poi guardo le mie sei cicatrici. Guardo la microasportazione del mio seno sinistro e mi ricordo l’ultimo chirurgo che mi ha detto “quello va tenuto d’occhio, se cambia forma, colore o sanguina, vieni qui”.
Ho visto la gocciolina di sangue stamattina sul cuscino. No, non è stata una bella mattina.
E so cosa mi aspetta domani. Un appuntamento di urgenza con il dermatologo, un’altra asportazione, un’altra settimana di tempo per sapere se anche stavolta mi va bene. O no.
Che uno tenta sempre di cacciare i cattivi pensieri, le negatività. Poi, beh, poi capita che ti ritrovi ancora a piangere e no, non è solo congiuntivite.

Oxygen mask

Giovanni e Serena, nel post precedente, hanno ragione da vendere, perchè mi conoscono.
Ogni tanto mi perdo anch’io, poi basta poco e mi ritrovo. E riparto.
Ho ribaltato la casa. E quando dico “ribaltato” chi sa come sono fatta ha ben presente che metto a posto ogni anfratto eliminando ogni granello di polvere, riadattando la logistica interna dei mobili in modo quasi maniacale. Questo fintanto che la malefica influenza mi ha precluso di uscire di casa. Una casa che è maledettamente troppo grande e presto spero sarà abitata da altre persone.
Poi oggi pomeriggio, mi son fatta una lunga doccia. Mi sono infilata un paio di jeans, una tshirt nera e un paio di Adidas, senza un filo di trucco, son passata dal bancomat e sono andata al cinema.
Da sola, con me stessa, e stavo bene. Maledettamente bene.
Mi sono infilata nel sushi bar, davanti a due ragazzi che penso stessero insieme. Molto carini, biondi entrambi, con lo stesso taglio di capelli, un po’ eccentrici ma ai miei occhi romantici. La tipica coppia gay che io guardo con piacere e gli altri con disgusto, ma questa cosa non cambierà mai, così come non diminuirà l’ignoranza collettiva.
Alla fine mi son concessa la seconda delle tre sigarette che ho deciso di tollerare. Non sono dipendente dai vizi, li posso controllare. Infatti passare da 50 a 3 mi costa giusto il tempo di pensarlo e sto bene uguale, anzi, di più.
Il film di stasera, una cosa da bimbiminkia lo so, Twilight – Eclipse. Un pubblico eterogeneo, dai miei coetanei, alle cinquantenni, alla famiglia accanto a me con bambina di otto anni otto. Chiara, come la mia Chiara. Con le stesse mosse, le stesse manie, il contarsi i soldini nel portafogli per “vedere se ci sono tutti”, giocare con lo smartphone di mamma andando su iTunes ed iPod con nonchalanche, la passeggiatina per sgranchirsi le gambe “posso andare lì, vero mamma?” una cosa incredibile, al punto che mi son dovuta giustificare per il sorriso ebete che avevo nel guardarla “Ho anch’io una Chiara, son davvero uguali!”
E immergersi nel film, sorridere col protagonista, vivere un po’ di quelle sensazioni che puoi provare solo quando riesci ad immedesimarti perchè hai cuore e mente sgombri. Gioia, amore, sofferenza.
Capire che sei viva, insomma.
Così torno a casa, felice, dopo una cosa così semplice come un film, e trovo la mia gatta che mi aspetta, che entra insieme a me e sembra capire cosa mi passa per la testa.
Mi fumo l’ultima sigaretta seduta sul lavandino della cucina, con le spalle alla finestra, verso i miei gerani “Angel Eyes” e una vecchia canzone di sottofondo. Ancora sorrido. Ma si, ce l’ho fatta anche questa volta, ho sconfitto i brutti pensieri e sono pronta a ricominciare.

Ferragosto

Una giornata strana oggi.
Da cinque giorni non vedo i miei bambini. Non sono mai stata così tanto tempo lontana da loro, e questo mi fa stare malissimo.
Come se mi mancasse l’aria, come se nulla valesse la pena di un sorriso, di esser vissuto con gioia.
A complemento del mio stato d’animo pessimo, si è aggiunta l’influenza post settimana di ferie, una quasi visita dei topi d’appartamento e una cartella esattoriale per non farsi mancare nulla.
Prendo in mano la mia vita, tra yogurt, tisane e sciroppi, col termometro vicino al letto e la pioggia che non cessa se non per sporadici sprazzi di sole già autunnale.
Mi guardo dentro e vedo il futuro che vorrei, leggo un po’ i miei sogni.
Vedo Alexander, felice nella sua nuova scuola, che impara, con la gioia e la serenità di un bambino di sei anni.
Vedo Chiara, all’asilo, circondata da nuove amiche con cui condivide esperienze che la faranno crescere ancor più bella di quanto già sia.
Vedo me. E non vedo nulla.
Questo è il problema. Riesco a concentrarmi ed a gioire solo per quanto riguarda i miei figli, ma non ho idea di cosa sarà di me.
Sono in un limbo, senza progetti, stremata e con poche risorse. Tiro fuori le unghie solo per loro ma non riesco più a lottare per me, e ciò, no, non è un bene.
Ho tempo ancora qualche giorno, per decifrare quello che mi sta succedendo e poi, sicuramente, reagirò. Certo è che questa situazione non mi piace per nulla.

Fab Four in Gardaland

Oggi ho visto un bambino su un trattore finto che sorrideva ai maialini e alle mucche finte.
Una bambina che credeva di volare guidando un aereo di fianco alla mamma.
Occhi che avidi guardavano il mondo da una monorotaia, alti come mai erano stati.
Ho visto foto di ricercati nel west, tre ricercati, una pericolosissima donna sorridente e due cuccioli estasiati.
Ho visto adulti di più di 40 anni col timore dell’Ortobruco e ancor di più della Magic House.
C’era poi una bambina di quasi venti kg in un marsupio sulla schiena della mamma, che si lamentava che era stanca, lei…
E poi i pirati, i delfini, i faraoni, gli scoiattoli, gli alberi che muovevano gli occhi, e il Sea Life. Dove una duenne urlava che nevolevaDDDDUEE indicando gli squali.
Scivoli, schizzi d’acqua, elefantini dorati, fiori e uccellini cinguettanti.
E ho visto, scusate se è poco, due bambini felici, con due genitori sorridenti, soddisfatti e distrutti.
E che il resto se ne andasse tutto affanculo. :)

Segnalazioni

Quando la disabilità non è un limite: vi segnalo questo sito, da dove potrete seguire l’impresa di due ragazzi meravigliosi, di cui uno cieco dalla nascita, che attraverseranno l’Asia in tandem, portando con loro la Carta dei Diritti dei Disabili.

Tratto dalla loro home page:

15.000 chilometri, più o meno, in sella ad un tandem: da Schio “fino alla fine del mondo”, attraverso i Balcani, la Turchia, l’Iran, le ex repubbliche Sovietiche, la Cina, il Pakistan e l’India, dove il viaggio, forse, ripartirà. In due, da soli, in piena autonomia. Con zaini, tenda, telecamera ad alta definizione, computer.
Senza limiti di tempo o di direzione.
Per accumulare incontri, emozioni, ricordi, sensazioni; per vivere, quindi, e per raccontare tutto in un blog in presa diretta, con le immagini, le parole, le persone che riusciremo a vedere, dire, sentire, presentare…

Saremo ambasciatori dell’ONU e porteremo la carta dei diritti dei disabili al cospetto di sua Santità il Dalai Lama.

In bocca al lupo ragazzi :)

La torre del castello

Quando penso a casa mia la vedo come una torre. Si sviluppa in altezza, e in cima c’è il mio universo.
E’ un susseguirsi di gesti, la sera, quando il mio mondo piccolo dorme, e io posso finalmente dedicarmi a me.
Mi chiudo la porta alle spalle, spalanco la finestra, accendo un incenso orientale e abbasso le luci.
L’acqua calda, quasi bollente, scorre, è invitante, il profumo di limone speziato che lasciano gli olii da bagno è irresistibile. Mezz’ora, nell’elemento primario, dove i pensieri si sciolgono, le lacrime si confondono con le gocce ed il vapore, le mani giocano e gli occhi scorgono le stelle fuori dai lucernai, quando è sereno.
Musica, a corollario di tutto, quella che ti fa sognare, ti fa viaggiare in mondi lontani, quella che ti arriva al cuore, a volte te lo accarezza, o te lo disintegra in mille scheggie appuntite.
Guardo quel letto, e mi pregusto il momento in cui potrò lasciar andare i capelli sui cuscini morbidi e profumati d’oriente, dove potrò distendere tutte le tensioni di una giornata finita e ricaricarmi per le nuove sfide da affrontare al mio risveglio.
E’ brutto da dire, ma non ho ricordi di questa stanza, non ne ho. La mia mente li ha rimossi, è come se l’avessi sempre vissuto da sola, il mio castello.
E in sere come queste la malinconia sale, i pensieri si accapigliano tra loro, le paure fanno capolino, lì dove vorresti ci fossero solo sorrisi e speranza, in realtà si fa strada il buio, e temibile come mai, ogni tanto bussa anche la voglia di lasciar perdere e sopravvivere.
Ma non ci riesco. Adagiarmi e non lottare non fa parte di me. Sono arrivata sino a qui, e andrò molto oltre.
Ci sarà presto una sera, come questa, quando la pioggia rumoreggia sul tetto, e picchia sui vetri, in cui scenderò dalla torre, e davanti a un camino acceso, con due bicchieri di Armagnac invecchiato, si esorcizzeranno i demoni e le paure, e ci si lascerà andare a noi.

Genitori e genitori

Non posso farci niente, sono infastidita come se avessi attorno un nugolo di zanzare tigre.
Troppo, troppo spesso leggo di genitori 2.0 che non fanno altro che lamentarsi dei propri figli. E parlano troppo, e il pannolino, e cheduepalle, e mandiamolo all’asilo sin dai tre mesi che cristo non ho tempo per me, oh, non posso fare gli aperitivi con le amichètte, lo shopping con la bambina è improponibile, eh, signora mia, le vacanze con i bambini mai!
Cosa.fate.a.fare.i.figli?
Statevene in coppia, o single, prendete precauzioni, praticate l’astinenza ma NON figliate!
Vostro figlio parla troppo? Vi fa troppe domande e vi viene il mal di testa? Oh, bravi, venite a dirlo a me, che la voce di mio figlio la sogno di notte, non ci vivo.
Quel bambino cresce con il vostro sapere, dovreste essere orgogliosi di potergli trasmettere la vostra conoscenza, le vostre tradizioni, le radici da cui proviene la vostra famiglia, vergognatevi!
Oh, mi è saltato l’happy hour! Cavolo, davvero, è un bel problema eh? Sapete, si possono portare anche i figli in giro, non è necessario e propedeutico chiuderli in casa. Avrete un partner se avete dei figli, magari più sano di mente, che ve li può tenere. O una baby sitter, magari contribuireste a farle finire gli studi a ‘sta santa donna. E, per inciso, si vive anche facendone meno di tre alla settimana di aperitivi, perchè, di solito, stare con i figli voluti è fonte di altrettanta gioia. (se proprio dobbiamo paragonare un bloody mary con due patatine stantie al sorriso di vostro figlio)
Si può far tutto con i bambini, si può andare a far la spesa, in vacanza, a visitare musei, acquari e monumenti.
Basta volerlo, come si presuppone abbiate voluto dar vita a quell’esserino che dipende da voi.
A me da fastidio portarmi come esempio, ma vi farei vedere quanto è difficile fare l’acrobata con due figli così diversi come i miei.
Cercare di soddisfare bisogni talmente opposti e distanti da rendere pazzo chiunque, non fare differenze mentre parli con una e l’altro soffre per non poter partecipare.
Cercare di lavorare a casa, altrimenti i figli te li crescono educatori e tate, e una buona madre dentro di sè soffre per non poter stare con loro, se anche solo lontanamente ne ha possibilità.
Devi fare l’equilibrista su un filo di seta, realizzare dei sogni da bambino anche se per te sono inezie, dare sfogo alle loro passioni, anche e soprattutto se ti vengono manifestate. E questo, [inserire impropero a piacere] anche se ti fa saltare il parrucchiere o l’estetista.
Che ti puoi anche lavare tu i capelli, o fare la ceretta in pausa pranzo accontentandoti di uno snack.
Che, il bene dei propri figli, non ha prezzo. E se non l’hai ancora capito, scusa, non sei un genitore.

Perchè.

Arriva il giorno in cui tutto si delinea.
Il giorno in cui capisci che le tue priorità devono essere altre, che quelle che hai avuto sinora erano effimere, sbagliate, chiamatele come volete.
Arriva il giorno in cui ti chiedi perchè. Perchè succede tutto ciò che succede.
Se lo hai voluto tu, se si è creato da solo, se ne uscirai fuori, se ritroverai la tua serenità.
Quel giorno arriva, e lo devi cogliere.
Imparare dagli errori del passato per costruire un futuro migliore per chi hai vicino, e per chi non c’è. Migliore, punto.
Riapri porte, ne chiudi altre, ripensi a quello che non è più, e inevitabilmente ti chiedi se era meglio prima o se è meglio ora.
Certo è che non puoi recuperare ciò che non esiste, e non puoi più di tanto cambiare le cose. Solo migliorarle, ecco.
Questo sì.
Però, comunque, ti rimane un grande, grande, perchè.

E bentornata a me.

Hard days

Quando dai delle svolte alla tua vita non è mai per caso.
Pensi, rifletti, ti struggi, soffri e sogni.
Il segreto della mia positività è negli occhi curiosi di un bambino che prima non voleva il mondo.
I motivi del mio ottimismo sono due sole parole, arrivate per caso, ad illuminare una vita che comunque ho sempre ritenuto “normale” e “felice” per il solo fatto che poteva essere vissuta.
Il sole di una mattina di autunno fredda come oggi fa partire i miei pensieri, il freddo che mi punge le guance non mi dà fastidio, mi scivola via, così come tutte le accuse.
Ho (abbiamo) il diritto di essere felice, non intendo lasciar compromettere a niente e nessuno questo stato di grazia.
Non so cosa mi riserva il futuro, mi vivo il presente con la sola richiesta di star bene, in salute, con la mia consueta forza d’animo, il sorriso sulle labbra e la mia fermezza, un lato che ho sempre odiato ma col tempo ho imparato ad apprezzare.
Son giorni difficili, in cui le scelte che ho fatto prendono forma, e mi lasciano senza fiato.
Son giorni splendidi, e, sì, anche oggi per me c’è il sole, come sempre.

Ritorno con stile

Gli asciugamani da spiaggia sono come dei culi.
Appena li compri sono come il sederino di un neonato esente da eritema, morbidi e carezzosi.
Dopo qualche lavaggio diventano più rinsecchiti e repellenti del culo di un anziano allettato con le piaghe da decubito.
Sono una casalinga frustrata, ecco.

Tentazioni

Son riuscita ad uscire dal girone infernale.
I diavoli oscuri mi traevano a loro, tentandomi. Luci sfolgoranti, atmosfere marine, miraggi di beltade.
La loro musicale voce tentava di persuadermi a seguirli, come sirene per i naviganti. Veli impalpabili si posavano su di me per annullare le mie volontà, che si agitavano per farmi resistere.
Ma ce l’ho fatta. E son tornata alla vita.
———
Traduzione: sono andata da Sephora, ma nonostante le commesse in nero mi abbiano proposto le cremine più profumate, i doposole più allettanti e gli antirughe più efficaci, son riuscita a prendere solo mascara e matita che avevo finito. Son fiera di me :P

Frazioni di secondo

Stavo parlando con un collega, che mi raccontava, con una tranquillità e un’autoironia che gli invidio, di quella volta che per una frazione di secondo aveva pensato di suicidarsi. Non riesco a non pensare a cosa debba passare nella mente di un uomo, in un momento di particolari pressioni, per anche solo pensare di prendere dritta quella curva e oltrepassare con l’auto il guard rail per buttarsi in mare. Non mi piace pensare che si possa arrivare, io mi soffermo solo a pensare a *cosa* avrei potuto fare per migliorare il mio status attuale, ma mai e poi mai metterei in forse il fatto di continuare a vivere.
Però al mio ieri ci sto pensando molto.. Vuoi che il periodo che sto passando è parecchio deprimente, vuoi che molte delle mie speranze si sono infrante contro una realtà che non rispecchia nulla di quanto avrei voluto, è un oggi che non mi rappresenta quello che sto vivendo.
Ieri, per la prima volta forse, mi son resa conto di quanto sia invecchiata, di quanta acqua sia passata sotto i miei ponti senza quasi che me ne accorgessi. Il fatto è che io sto vivendo da anni in attesa di un domani che mi porti buone notizie, seppur sia quasi conscia che queste notizie non possono oggettivamente arrivare, ma la mia speranza non vuole cedere il passo alla rassegnazione.
Non sarebbe brutto potersi rassegnare, anche se suona male, lo so, forse potrebbe calmare la mia ricerca frenetica di felicità, ma io non ci riesco, è come se sapessi di non *doverlo* fare. Quando hai altre vite che dipendono dalla tua, la prospettiva delle priorità cambia a tal punto da rovesciare ogni tua convinzione, da roderti da dentro fino al cuore della tua anima, ma non se ne va. Non c’è medicina, non c’è cura, non ci sono placebo e paliativi. Ci sarebbero *parole*, quelle che aspetto.

C’è che poi uno diventa razzista.

Il negozio Rossi nasce dal nulla. Prende in affitto un buchino e se lo sistema in economia. Si fa fare un prestito pseudostrozzino dalla banca e si indebita fino al collo per comprare la merce che va pagata entro 60 gg, che forse tra l’altro nemmeno venderà. Rossi non si può permettere dipendenti per i primi due anni, perciò lavora come un piciu per sei giorni la settimana, talvolta pure la domenica, per mantenere la famiglia con due figli. La macchina necessiterebbe una bella sistematina, ma il carrozziere non è previsto, prima ci sono tutte le rate da pagare. C’è la crisi, Rossi va come va. La gente viene e, nonostante i margini di guadagno siano davvero rosicati e lui abbia cose di qualità, comprano poco.
Xiao Xing è arrivato in Italia due anni fa. Ha una BMW di sei mesi. Ha il negozio grande cinque volte quello di Rossi. Vende a un euro le lampadine che Rossi paga 5 e rivende a 7. Peccato che Xing le paghi 1 centesimo. Non certificate, spesso nemmeno funzionanti, ma al cliente non interessa. Del resto Xing ha già 300.000 euro di multa da pagare alla finanza per evasione di Iva, e recentemente gli hanno sequestrato parecchie partite di giocattoli tossici, ma non gli interessa. Xing ha 6 dipendenti. In regola 2. Ma non gli è stato contestato nulla. Xing continua a vendere 50 volte l’incasso di Rossi, vendendo cose di qualità infinitesimale e spacciandole per paritetiche a quelle di Rossi, quando davvero non sono la sua copia esatta.
Rossi sa che lui è in regola, che non ha cause per danni alla persona causate da attrezzi difettosi venduti, che quando arriva la finanza o il Min degli Interni non ha nulla da nascondere e gli può fare un sorriso, ma le tasse pagate e i comportamenti onesti non gli fanno bastare i soldi per l’affitto e la spesa di casa.
Xing ha chiuso ieri le trattative. Affitta anche i tre negozi ancora chiusi a fianco del suo.
A questo punto Rossi si fa due domande:
- da dove cazzo arrivano i soldi di Xing? Possibile che un controllo di qualità in entrata alle merci provenienti dalla Cina non venga effettuato in maniera costante?
- è peggio la furbizia di Xing, o l’ignoranza marcia delle pecore che mettono a repentaglio la propria salute e quella dei loro bambini comprando articoli tossici e non certificati nel suo negozio?

Applied Murphy’s law

Se hai una collana nuova, si romperà presto.
Questo succederà sicuramente quando hai il negozio pieno di gente.
Le perline più acuminate ti finiranno nel reggiseno, d’altra parte avrai messo il balconcino.
Questo accadrà quando, ovviamente, in negozio hai un cliente di sesso maschile e maggiorenne.
Nel momento in cui, usciti i clienti, ti chinerai dietro il bancone per recuperare le perline, entrerà qualcuno che ironizzerà pietosamente sulla tua posizione “scomoda”.
Troverai tutte le perline tranne una, che, come al solito, è quella più lavorata e piena di strassini.
Ma checc@zzo…

Happy Meal

Alexander si sta facendo tutta la settimana a casa, ufficialmente per quinta malattia, anche se secondo il parere di mamma è un brutto eritema post giornata in piscina di domenica, visto e considerato che i puntini son spariti in meno di 48 ore e senza febbre. Dato che la dottoressa insiste nel confermare la diagnosi e nel pronosticare l’avvio dell’esantema anche alla piccola entro fine settimana, rinuncio a malincuore alla GGD a cui non potrei dare certezza di presenziare e tengo le belvette a casa.
Stamattina, totalmente rapita dal musino triste e sconsolato completato da occhio color onice gonfio di lacrime, mi son fatta impietosire ed ho promesso “oggi accompagnamo insieme nonna a Milano e mangiamo tutti da Mac”.
Sorriso a tutta faccia e figlio felice di uscire.
Oh, che bella scelta ho fatto. Oltre a fare felice lui ho passato i venti minuti più esilaranti della mia vita.
Accanto a noi due balene.
Davvero. Con i fianchi che gli uscivano dalle sedie già di per se larghissime del fast food. Vestite male, da vecchie. Con la catenina della cresima al collo, la borsetta della nonna, l’aria sciatta.
“Sai, ho fatto un corso di formazione di una settimana a Miami”
“ohhhh, davvero?”
“Siiiii, è gli americani hanno internet nell’aria!”
- minchia, il wireless…
“Cavolo, chissà che belle esperienze… a proposito, questa scatola qui che danno con il pranzo è bellissima… ora la piego bene bene e la metto in borsa, così mi porto i panini in ufficio”
- e piega la scatola dell’happy meal con precisione chirurgica e la infila nella borsetta.
In quel momento ho guardato mio figlio, lui ha visto la mia espressione e siamo scoppiati a ridere insieme, complici.
Beh, è valsa la pena di affrontare un po’ di traffico, per una bella scenetta comica e per un bel paio di orecchini dall’ambulante di Porta Romana ;)

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Gifts

C’è che la mattina ricevi una lettera come quella che mi ha mandato questa disgraziata qua che è andata in Cina e si è ritrovata a prendermi un regalo di compleanno che, lo sappiamo tutti, mi fa venire gli occhioni a cuoricino:

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Grazie Shu, mi son piaciuti tantissimo e anche le tue parole, beh, per quelle mi son tanto commossa… :*

Schifazzo

La politica mi fa schifo. Sono anni che non trovo un candidato degno di essere votato, o che per lo meno rispetti gli ideali in cui credo io.
Troppi compromessi, troppi rimescolamenti, troppa ipocrisia e false promesse.
Questo succede a livello nazionale, per le alte sfere, così come per le imminenti elezioni comunali.
Certo che il culmine l’ho visto stamattina alla materna di Alexander.
Una mamma che conosco mi porge un bigliettino elettorale, che riporta i dati del marito. Cortesemente declino, un po’ scocciata dal momento, un po’ perchè il candidato sindaco ha appena testimoniato a mio sfavore nella mia epocale causa contro il mio condominio, quindi puppa che si piglia il mio voto.
Fuori dal salone, nell’atrio, un’altra mamma col marito candidato in altra lista vede la scena, si mette ad urlare, va dalla superiora a lamentarsi, prende i bigliettini dell’avversaria, li butta nel cestino e finiscono a litigare fuori dalla porta.
Lì per lì mi è venuta alla mente solo una bestemmia.

Ehi!

Mi state votando, vero? :D

Insanity

Son passati più di sei anni, ma il cervello ancora mi gioca brutti scherzi.
Capita, spesso, che mentre il mio sguardo vaga nei dettagli più insignificanti, la mente mi suggerisca di chiamarlo, per raccontargli quello che sto vedendo.
La mente ha i suoi comandi, e non li conosco. Non so come spegnerla.
Ci pensavo ieri, a quanto sarebbe stato bello se non avesse scelto di lasciarci, se avesse scelto la famiglia e non avesse conosciuto la persona che l’ha fatto ammalare.
Pensavo a lui nel suo ufficio, felice del suo lavoro, che distribuiva un bigliettino da visita del mio negozio, a un cliente con la moglie in attesa, con il sorriso del padre orgoglioso della figlia. Pensavo alla casa che avrebbe preso, col giardino, e che alla domenica si sarebbe andati tutti lì, a pranzare insieme, e lui ne avrebbe fatto una pelle con Alexander e Chiara.
Sicuro gli avrebbe comprato a breve la sua prima moto, al piccolo cucciolo di casa, come fece con me 28 anni fa. Forse mio figlio sarebbe stato già più avanti nella terapia, con lui avrei avuto un supporto, non sarei stata da sola nell’affrontare tutto, lui aveva sempre una soluzione a tutto, conosceva sempre qualcuno che avrebbe potuto aiutarmi in qualsiasi situazione mi trovassi. E gli vorrei telefonare spesso, per dirgli che sto male, che mi manca qualcosa e non so cosa, magari solo per scambiare due chiacchere su quei due fagiani maschio e femmina che continuo a incontrare quasi tutti i giorni, lui mi ha insegnato a distinguere tutta la fauna volatile, da buon cacciatore di sicuro li avrebbe presi…
Però non è andata così.
Non risponde più lui a quel numero.
Non ci sono domeniche con una famiglia degna di tale nome.
Non ci sono sorrisi e orgoglio reciproco.
Non c’è la scelta di stare con la propria famiglia.
Non c’è più stato amore, ma solo odio e fastidio.
Non ci sono nonni per i miei bambini.
E da troppi anni non ho più un padre io.

Peonie



Peonie, originally uploaded by Black Cat.

Dopo due anni, finalmente mi sono fiorite ben due peonie rosa.
Mi sono innamorata di questa piantina da una foto, l’ho presa che era un piccolo pezzetto di legno con un paio di radici che avevano voglia di terra, e l’ho messa a dimora non lontano dalla mia rosa Rinascimento Barynia. Dopo Pasqua la sorpresa, due boccioli enormi, contornati da poche foglie, sanissime e giovani, con un aspetto quasi spavaldo.
E mi sono reinnamorata del loro colore, della loro forma, della loro tonalità… benvenuta primavera :)

Cosa fare con questo tempo novembrino?



Easter holidays 2009, originally uploaded by Black Cat.