My hurricane

Era l’agosto del 1992, e io ero a Miami, dove passavo molti mesi l’anno per lavoro.

Io e la mia famiglia vivevamo in un condo oceanfront, proprio sulla spiaggia, uno di quelli che si vedono spesso in CSI, con la spiaggia privata, che quando uscivi dall’ufficio era la manna. Adoro Miami, lo stile di vita della Florida, quel continuo mescolarsi di lavoro e relax in riva al mare, non so chi me l’ha fatto fare al momento di scegliere di tornare in Italia, ma tant’è.

Un giorno, appena tornata da un appuntamento con un broker, negli altoparlanti del condominio si sente un avviso della Polizia: “evacuate entro 24 ore la casa, mettete le finestre in sicurezza, spostatevi verso l’interno”.

Sconvolta accendo la tv via cavo e cerco un canale di notizie. Ero praticamente l’unica che parlava inglese, e da me dipendevano i miei genitori. Andrew stava arrivando dal golfo del Messico verso la Florida. Era previsto un impatto disastroso per il mattino dopo.

Avevamo degli amici che vivevano all’interno, abbiamo chiesto loro di ospitarci, abbiamo preso i documenti, le cose più importanti da cui non sarebbe stato saggio separarci e siamo andati di corsa a casa loro. L’acqua. Bisognava fare scorta d’acqua, che per alcuni giorni gli acquedotti non sarebbero stati sicuri. E del cibo che si conservava a temperatura ambiente, non era certo ci sarebbe stata la corrente. I supermercati erano un incubo. Semi vuoti. Era il delirio, la follia collettiva, tutti che riempivano i carrelli enormi del Publix, galloni e galloni di acqua, lattine, pane, biscotti…

Andrew aumentava la velocità in maniera vorticosa. Sarebbe passato all’alba. Era il panico.

Samanta viveva al 13° piano, con i genitori. Io stavo con lei. Maria e la famiglia al 5° e i miei stavano da loro, di origine italiana, che li aiutavano con le procedure.

Il vento aumentava. Ma eravamo all’interno. Fino a sera non eravamo poi così impauriti, i danni sarebbero dovuti essere principalmente sulla costa. Piangevo. Pensavo a quella casa che tanto amavo. L’idea di vederla distrutta mi lacerava dentro. Alle news della sera però l’allerta divenne rossa. Per le zone interne. Andrew era aumentato di velocità. E aveva cambiato percorso.

La polizia ci bussò alla porta. Entro poche ore avremmo dovuto trasferirci nella hall del condominio. Le finestre e i piani superiori al primo non erano sicuri. Ore? No, minuti. Aiuto i nonni di Samantha ad uscire. Io e lei eravamo pressochè coetanee, ci siamo assicurate che i vecchi scendessero, a piedi, gli ascensori non erano sicuri ed erano stati disattivati, e poi abbiamo preso tutto ciò che dovevamo portar via dall’appartamento. Andrew era già lì. Al momento in cui il papà di Samantha ci raggiungeva fuori dalla porta di casa, i vetri della casa scoppiarono con un fragore che mi fece pensare ad una bomba. Io e lei venimmo scaraventate fuori, il padre chiuso dentro. La pressione era pazzesca. Il vento era assordante. Noi due tiravamo la porta dall’esterno, lui intrappolato dentro la spingeva. Sono stati minuti interminabili. E non si poteva perdere la calma. Alla fine ce l’abbiamo fatta, abbiamo tenuto la porta aperta a sufficienza per farlo uscire e ci siamo precipitati giù per le scale sino alla hall.

Per ogni piano che si scendeva, si sentiva un boato, un fragore, vetri in frantumi, porte che sbattevano. La luce andava ad intermittenza, noi avevamo una pila di emergenza. I telefoni erano isolati, il caldo era impressionante, in Florida senza aria condizionata non si può vivere.

Abbiamo raggiunto la hall. Lì la pressione era meno forte, ma il rumore stava diventando insostenibile. Un sibilo di morte, fortissimo, un ululato di milioni di lupi. Ci hanno fatti sdraiare a terra, coperti da teli di emergenza, che ci avrebbero dovuto preservare in caso di incendi, in un punto appositamente costruito affinchè in caso di crollo avrebbe protetto i nostri corpi.

Io non ero ancora maggiorenne. Ricordo i venti minuti più brutti come quelli in cui non ho mai smesso di pensare che no, non volevo morire, io volevo vivere, non me ne fregava nulla di niente e di nessuno io volevo vivere. Dopo venti minuti il silenzio. Era mattina, ma ce ne siamo accorti solo in una frazione di secondo, sinchè l’uragano era sopra di noi, c’era un buio innaturale. A un tratto, luce. E un silenzio che non era naturale.

Sì, certo, un milanese che ne sa di uragani. Eravamo nell’occhio, il centro del fenomeno. Mediamente dura pochi minuti. Mi alzo, guardo fuori dalle vetrate, e vedo la strada. Semafori divelti, macchine rovesciate. Piango. Arriva un agente e mi scaraventa nel punto sicuro. Con la coda dell’occhio vedo un muro nero, di polvere, credo, non so, che si avvicina verso il nostro edificio. Round #2.

Generalmente, dopo quello che chiamano “occhio” è il momento più pericoloso, gli edifici son già stati sottoposti a stress strutturale per la prima ondata, e sono più deboli. Non potevo andare nel panico. I miei genitori non parlavano inglese, dovevo star loro vicina. Il tutto durò un’altra decina di minuti. Ma a me sembrarono ore. Interminabili.

Non ci furono feriti, da noi. Le case vennero riparate. Qualche giorno senza acqua, senza corrente se non quella dei generatori di emergenza. Poco cibo. Poi nella zona nord di Miami, un popolo di americani orgogliosi e dignitosi ricostruì tutto come era prima.

Le Glades però vennero distrutte, case sventrate, tetti divelti, morti. Le case della gente più povera. Le case di chi aveva più bisogno di un tetto sulla testa. Andai ad aiutare per un paio di giorni nella distribuzione dei viveri. Purtroppo ai non residenti non era concesso molto, sia per motivi di sicurezza che per le assicurazioni. Era una cosa folle. Si accalcavano a chiederci i generi che non dovrebbero mancare a nessun uomo. Acqua e cibo.

Lasciai Miami poco più di un mese dopo. Con la morte nel cuore. Con la paura della morte. E con la gioia di essere ancora lì a raccontarlo.

Oggi leggo di gente che ironizza sui morti di Irene, troppo pochi, New York doveva essere sventrata che è un posto per ricchi. Beh, voi mi fate pietà, perchè non avete idea di cosa voglia dire essere lì, in quei momenti. Non avete idea. Siete solo dei miserabili. E spero davvero che in un uragano ci passiate, prima o poi.

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Mamma, webmaster, grafica, drogata di motori e felide bastarda.

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