Brother and sister

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I fratelli fra loro litigano in continuazione, ed i miei figli non fanno eccezione. Si litiga per il possesso di un gioco, per il film da vedere nel pomeriggio di relax, per un dispetto, per il cibo, per tutto.

Oggi Alexander era un po’ mogio a causa di un paio di giorni di malessere gastrico e sua sorella, unita nel beffardo destino di provetta Linda Blair, non era da meno. Quindi, nonostante il sole, divano selvaggio, per tre ovviamente, chè non mi era permesso alzarmi.

Ovviamente dopo tre ore i due erano annoiati, ma ormai il clima ancora non molto mite non consentiva più scivolo e altalena. Quindi cosa c’è di meglio che distruggere la macchinina delle principesse della sorella? Si è scatenato L’INFERNO! Urla, calci e pugni. Dopo qualche minuto di osservazione sono intervenuta a sedare la lite.

Non mi piace intervenire eccessivamente nel confronto fra i due figli, mi sembra giusto che imparino a rapportarsi tra loro senza il genitore che li divida o ne interpreti i comportamenti cercando la mediazione, devono crescere insomma anche attraverso il confronto un po’ rude. Detto ciò, li ho divisi non senza difficoltà, ho decretato l’ora della morte della macchinina e gli ho promesso una cena golosa per placare ire e delusioni.

Non ho tenuto conto però di un fattore di rischio pericolosisssssimo: che nella preparazione della cena potesse scapparmi la pipì e dovessi recarmi in bagno, che sta su un altro piano della casa. Ecco.

Gli animi mi sa che non erano calmi quanto avevano lasciato intendere. Le urla sono riprese a decibel preoccupanti. Scendo le scale trafelata e mi trovo di fronte la scena che un genitore non vorrebbe mai vedere.

Chiara, sdraiata sul pavimento, con suo fratello seduto sopra di lei imbelvito. Lui teneva in mano un cartone di dieci uova fresche che le spantegava sulla fronte, lei brandiva il mattarello colpendolo al fianco. Due piccoli professionisti del wrestling.

Ghiaccio sui lividi, albume sciacquato dagli occhi. Ora ovviamente stazionano felici con un libro sul divano tenendosi per mano. Io non li capisco…

Io non festeggerò con te

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Ciao, caro Sindaco.
Si, ti ho votato alle ultime elezioni e, credimi, è una cosa di cui non vado fiera e per cui tu non fai altro che farmi pentire.
Domani 17 Marzo per te sarà un Anniversario importante, come per tanti cittadini fieri di essere italiani. 150 anni di Unità, sfociati in una Repubblica dove si tutela il cittadino, senza distinzione di razza, età, condizione, sesso, religione. E tu festeggi, il compimento di questa incredibile parità, unione, chiamala come vuoi.
Ho visto stamane scaricare alle elementari 12 lavagne didattiche Panasonic da 2800 euro l’una (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Hai dato una bandiera ad OGNI alunno di materne, elementari, medie (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Ci sono stati per tutta la mattina 20 persone con gru e mezzi noleggiati all’uopo per ricoprire il paesello di festoni e bandiere (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Domani aperitivo per TUTTA la cittadinanza e festa con musica sponsorizzata dal Comune (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Sempre domani inaugurazione di una nuova mensa all’ultimo grido, una piscina olimpionica, una palestra di 2000 mq (ma non ci sono soldi per il sostegno di mio figlio).
Ah, ti sei accorto che a mio figlio e a tutti gli altri disabili manca il sostegno a scuola? E che hai ridotto a tutti i bambini dai 3 ai 12 anni l’accompagnamento sullo scuolabus perchè non hai soldi, quindi al primo anno di asilo li mandi in giro da soli gravando tutte le responsabilità sul solo autista, con ciò che ne consegue? Ah, a mio figlio e agli altri disabili manca sempre il sostegno….
In caso poi tu non te ne sia accorto, non ti preoccupare caro Sindaco, nonostante tu me lo abbia PROMESSO DI PERSONA CON GLI OCCHI LUCIDI, domani IO E MIO FIGLIO saremo alla tua bellissima festa e proveremo a salire sul palco che hai noleggiato con i soldi che hai tolto alla nostra educazione e alla nostra vita, e ti ricorderemo durante i tuoi festeggiamenti in pompa magna, che tu, di unità, non hai ancora capito un cazzo.

Sette

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Quello che forse la gente non sa è che io mi metto in discussione continuamente.
Sono un’insicura, una perfezionista, una pignola, incontentabile, paranoica. Ho il terrore di sbagliare, di deludere, di fare danni.
E negli ultimi sette anni mio figlio mi ha messo alla prova ogni secondo.
Non è semplice vivere con una persona dalla sensibilità accentuata sino all’inverosimile, la quale dipende dal tuo umore, dal tuo sguardo, da un tuo gesto, una parola.
E’ snervante, ma lo devi fare, perchè è l’unica cosa a cui lui può appellarsi nelle sue frequenti mancanze di stabilità.
Lo faccio, perchè devo e perchè sento di farlo, ma non è semplice per niente.
La mia vita è una continua guerra, contro il mondo e contro un male del cazzo che mi beo di aver già battuto insieme a lui.
Ho finito oggi l’osservazione per l’inizio del nuovo ciclo di terapie logopediche e psicomotorie. Alexander non è più il bambino delle relazioni mediche, nemmeno quelle di un anno fa. E’ grande, consapevole, ha capacità di interazione molto elevata, uno sguardo che conquista e ti entra nell’anima, quasi quanto il suo sorriso, beffardo e canzonatorio.
Può dirti si e no, con la testa, farti vedere una cosa che gli interessa, decidere e comunicarti a gesti cosa vuole. Comunica. Il bambino che non avrebbe dovuto, beh, comunica.
Non parla, ma non mi interessa, ora vive bene. Si relaziona, si fa capire, con tutti, anche con gli estranei.
Ed ora, mi assalgono i ricordi, quelli di quando lo andavo a prendere al nido, e lo trovavo al buio, rivolto verso un angolo della stanza, con la testa appoggiata al muro, completamente disinteressato al mondo che lo circondava, che sbatteva la testa… Io lì ho smesso di vivere, e non credo di aver mai ricominciato.
Son morta dentro, volevo morire con lui, entrare nello stesso buio per non soffrire. Quando mi sono resa conto di questo ho capito che sarebbe bastato che io soffrissi un po’ più di lui, e forse ce l’avrei fatta. Sono anni che lotto. Ho finito le lacrime, ho finito le bestemmie. Ma per lui non ho finito le forze.
Ora ne ho ancora di più, perchè la strada è in discesa. E se lo dicono anche i medici, che hanno rafforzato ogni mia teoria, beh, forse posso rilassarmi e prenderlo per mano sorridendo un po’ di più.
E’ passata la mezzanotte. Alexander oggi compie sette anni. E secondo me il sette è un buon numero per iniziare a dire qualcosa.
Auguri amore mio. Questa è tutta per te.

Franco Battiato – La cura

Positività 2.0

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Ditemi la verità, quanta gente parla male dei Social Network? Io non li conto più. Articoli, sulla superficialità, sulla pochezza di spirito, sulla vacuità.
Quello che (spesso) molti dimenticano, è che dietro ai nickname, a quegli avatar più o me realistici, ci sono persone, con un cuore, grande.
Io ieri sera ho ricevuto una visita molto particolare…
Una quarantina di persone splendide, non so, non ho altre parole per descriverle, splendide, hanno deciso di unirsi e regalare ad Alexander una cosa che io non avrei certo potuto, visto il poco felice momento economico: la XBox con il Kinect.
Voi non potete capire, per bambini come Alexander, quanto sia importante la coordinazione occhi-mano. E’ una delle prime cose che per certe sindromi viene a mancare, con tutto ciò che ne consegue. Il fatto di fissare lo sguardo su un obiettivo “mobile” ed accompagnare il movimento è un risultato che, purtroppo, molti bambini più gravi nemmeno mai raggiungono.
Alexander è fortunato, lui si sta impegnando tanto, e migliora di giorno in giorno. Quando un giorno, vide il Kinect in demo, l’ho visto interessato come poche volte. Incuriosito, e son certa, dalla sua espressione, che avesse capito che quello che c’era sullo schermo era la trasposizione del movimento di chi stava davanti. Lui è molto interessato alla tecnologia, quindi mi son detta, qualche mese, parecchi, di sacrifici e magari glielo prenderò.
Mi sono informata con un’amica che lo aveva circa il suo funzionamento, e questa disgraziata :* mi ha messo in moto una macchina che ha caricato altre persone, ed altre, ed altre ancora, e i loro familiari, i loro compagni, i loro genitori, i loro figli…
E io ora son qui, che piango da ieri sera, con una Xbox con il Kinect, Kinectimals col pelouche, Dance Central per Chiaretta e una donazione per il piccolo…
Venite a dirmi ora ancora un’altra cazzata sulla pochezza dei Social Network, che vi disintegro.
Un network è fatto di persone. E quando queste persone non sono dei poveri casi umani, ma dimostrano di avere un cuore, possono cambiarvi la vita.
Vi voglio bene amici, grazie :)

Bellissima Imetec Absolute, a must have!

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Ho provato una nuova piastra dopo la prematura morte della mia adorata, settimane fa. Premesso che sono scettica a riguardo delle piastre in genere (ho i capelli tinti, stressati, quasi sempre legati quindi trattati decisamente male) quando mi è stata data la possibilità di provare la nuova Bellissima Imetec Absolute ho accettato più che volentieri, ma sapevo già l’avrei sottoposta a massivo uso prima di recensirla.
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Just three

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Tre anni fa, a quest’ora, mi avevano appena staccato le flebo, fatta l’ultima dose di cortisone e cacciata a camminare nel corridoio.
Stanca, oltre un quintale di balena che camminava nel reparto maternità, ero fisicamente e psicologicamente a pezzi.
A un certo punto sentii un dolore in basso, zona ileo per intenderci, come se mi fosse caduta un’incudine da cinquanta chili in zone un pelino delicate. In mezzo al reparto mi misi a urlare “Epiduraleeeeeeeeeeeee” nonostante fosse passata la mezzanotte, con la stessa tonalità della Callas dei tempi d’oro, e calando giù una sequenza di bestemmie con la medesima faccina distinta di Linda Blair. Dopo mezz’ora caddi addormentata manco fossi in un bosco, e alle cinque e mezzo, o giù di lì, l’ostetrica mi svegliò “Barbara, ecco, se ti svegli e dai una spinta, ci sarebbe già fuori la testa”.

Questo ricordo del mio parto. Dei miei dieci giorni di ospedale in cui mi han fatto stramaledire la sanità perchè continuavo a dire che oh, avevo la bronchite, no è tachicardia signora, col cavolo, son soccorritore, ho imparato a distinguerle sugli altri, si figuri su di me, e giù monitor cardiaci, ossigeno, cortisone, antibiotici. Dieci chili in dieci giorni di gonfiore da medicinali e poi quella faccina da belvetta che mi guardava con gli occhi sgranati come se mi dicesse “mamma, va che faccia da pirla che hai”.

E son tre anni che la amo di più ogni giorno che passa, che la vedo cambiare, crescere, bruciare le tappe in ogni cosa anche se tutti fanno di tutto per farla rallentare. E la vedo sempre più maledettamente simile a me. Con tutte le sue paure ed i suoi difetti è l’essere più forte e straordinario che abbia mai visto sulla terra.

Domani sarà una giornata indimenticabile per lei, una festa grandiosa, a tema, con giochi, musica, cibo e amici. Voglio che si senta davvero la principessa dell’universo, mio e suo. Voglio che non abbia mai insicurezze, nè rimpianti, nè sia intaccata dalla tristezza. La vita le ha già fatto conoscere cose che magari sarebbe stato meglio non vedere mai, la malattia dei tuoi cari, la sofferenza, il pianto. Solo rose e fiori ora voglio per la mia bambina. E poco conta tutto il resto. Lei è il mio mondo, la mia gioia, il mio presente ed il mio futuro. Auguri piccola Chiara.

Just a single word

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Era un sogno bello, anzi no, bellissimo. E troppo realistico.
Ho smesso da tempo di credere ai miei sogni, anche se a volte dovrei farlo, perchè credo fermamente ci sia “qualcosa” di superiore che tesse le fila delle nostre vite. Non un Dio, quello no, ma qualcuno che ci vuole bene e magari se ne è andato. Credo molto nella reincarnazione, lo ammetto.
Ma torniamo al sogno. Eravamo lì, noi tre, con il cagnolino (di cui vi parlerò) e a un certo punto sentivo Alexander che cominciava a mugolare. Mugolii che senza alcuno sforzo diventavano man mano più chiari, più coerenti. Diventavano parole.
Nel sogno dentro di me mi dilaniavo. Parole. Discorsi. Di mio figlio. Ma restavo ferma, immobile, senza tradire alcuna emozione. E lui continuava, e mi chiedeva “Ma mamma, era così facile, e io non ho mai provato? Perchè?” e parlavamo, parlavamo, parlavamo…
Ma stasera eravamo lì a giocare, cantavamo, sul letto, tutti e tre. Con il cane a fianco che scodinzolava felice.
Chiara cantava. E io facevo vedere a lui come muovere la lingua, per fare “la-la-la”.
Solo che lui a un certo punto mi ha guardato e mi ha chiesto “Così? La-la-la”
E io non ce l’ho fatta. Ho cominciato a piangere a dirotto, e sto piangendo ancora ora.
Ho visto quei due occhi nocciola sgranarsi stupiti, al sentire il suono della propria voce. E ho sentito qualcosa dentro di me esplodere, continua a esplodere.
Ho visto la sua paura. Ho sentito la sua voce.
E probabilmente, fossi meno testa di cazzo, magari avessi mantenuto la calma, forse avrebbe provato ancora.
Non riesco, non riesco, non riesco a fermarmi. E’ successo. Davvero. Qui. Stasera.
Con Chiara che mi diceva “Mamma, è solo una parola, cosa farai quando ne dirà altre? Ne dirà altre!”
E io che tentavo di tranquillizzare lei, lui e soprattutto me. “Amore, forse i miei occhi avranno meno caldo, e smetteranno di sudare”

Accogliere é accudire

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Vi segnalo il mio personale punto di vista per il tema del mese di Genitori Crescono, su qualcosa che mi sta particolarmente a cuore… ;)

HP Photosmart Premium C310: una stampante a prova di mamma :)

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Ringrazio HP ed i suoi partner per avermi mandato in prova un gioiellino simile.

Quando mi è stata data una panoramica base delle sue funzioni, il mio cervellino malato ha già pensato a tutte le possibili combinazioni di cose da farci che puntualmente non sono state disattese. Ho passato il fine settimana a pregustarmi il lunedì mattina di unboxing e prova: senza cuccioli per casa potevo essere più tranquilla (ed in sicurezza :D ) per installare e paciugare un po’.
Vi consiglio caldamente di leggere e pregustare un miglioramento delle vostre condizioni di mamme stampatrici :D
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Scuole e sostegno

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Sapete… giusto a provocazione… una Sentenza della Corte Costituzionale del 20 Febbraio di quest’anno:

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 413, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2008), nella parte in cui fissa un limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno;

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 414, della legge n. 244 del 2007, nella parte in cui esclude la possibilità, già contemplata dalla legge 27 dicembre 1997, n. 449, di assumere insegnanti di sostegno in deroga, in presenza nelle classi di studenti con disabilità grave, una volta esperiti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente.

Lo so, perchè adesso, Scuola, è battaglia legale.

Need for speed

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Parlo sempre e solo dei miei figli. Lo so.
Però io non sono solo questo, sono anche le mie passioni. E quella più devastante, che ha dominato gran parte della mia vita, è alimentata a combustibile.
Quando tuo padre ha circa quarant’anni di esperienza in una casa automobilistica, ti chiama Pietro da quando sa che sta per avere un figlio, e ti fa la prima foto nel bagagliaio di un’auto della “sua” Marca, beh, il tuo destino è piuttosto chiaro.
Fintanto che ero piccina, il mio motto era più o meno “Non farò mai e poi mai il tuo lavoro papà”. Ed era vero, perchè quello non è mai stato un lavoro ma una droga.
Oggi ho fatto un colloquio conoscitivo per una posizione nel mercato automotive, e ho rivissuto in mezz’ora la mia intera esistenza.
Ho ricordato a 12 anni quando passavo i pomeriggi dopo la scuola negli uffici della carrozzeria, ad ascoltare rapita i periti che discutevano sui sistemi di frenata e la loro incidenza sugli incidenti stradali.
A 17 anni, quando facevo le traduzioni giurate in Tribunale per l’infortunistica stradale.
A 18, quando ho venduto la mia prima auto, emozionata e tremante, che mi ero imparata a memoria ogni singolo dato tecnico su rese e consumi, gli accessori disponibili per l’allestimento, i prezzi, i codici!
I vent’anni, quelli in cui decisi che era ora di fare qualcosa, e complice il terribile genitore cominciai la mia carriera, un percorso fatto di sacrifici, dedizione, studio e aggiornamenti continui. I corsi, i ragazzi della sede di Roma, che tuttora ricordo con un immenso piacere, le prove su strada, i circuiti di guida.
Imola, nel 2001, dove ho capito che la strada per me era solo l’inizio, e l’aver corso con questo signore qui e il suo amico mi ha fatto diventare drogata di AMG, di auto da 800 e più cavalli. Ricordo ogni curva del circuito, curve che ad ogni giro mi diventavano più familiari e che aggredivo come una pantera divora la preda debole.
In sostanza ho ricordato e ho sofferto, una passione che ho dovuto far tacere per una serie di eventi della mia vita, ma che non si è mai riuscita a sopire del tutto, nè credo lo farà mai. Potrò vendere abiti, fare la segretaria e il customer care, costruire siti e moderare forum nel web, ma la vera Gatta è e resterà sempre questa. Che lo si voglia o no.

Diritto all’istruzione #2

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A circa una settimana dal mio incontro con i vertici del paesello, pare che nulla sia cambiato, anzi, la scuola mi ha dato dimostrazione di un evidente peggioramento.
Gli orari obbligatori per i bambini di prima elementare sono: lunedì, martedì e giovedì dalle 8.30 alle 16.30 continuato, mercoledì e venerdì dalle 8.30 alle 16.30.
Stamattina mi han consegnato il riepilogo delle ore coperte da sostegno per Alexander. Qui come segue:
Lunedì 8.30 – 12.30
Martedì 8.30 -12.30
Mercoledì 8.30 – 10.30
Giovedì 8.30 – 12.30 14.30 – 16.30
Venerdì 9.30 – 12.30
Notevole eh? Ma vogliamo parlare del “non possiamo obbligarla a tenerlo a casa, solo che in quelle ore sarebbe scoperto“.
Che poi, la psicologa di sostegno ha tutto il mio appoggio, è una brava ragazza. L’educatrice comunale, anche, so che si impegna un sacco con Alexander che non ha molta affinità con lei. Ma capire come e perchè si sia deciso (da chi? Dalla Direzione o dal Comune?) di spostare l’assistente comunale per non garantirmi nemmeno le mattine intere, sarebbe già tanto.
Domani passo all’Asl, alla commissione invalidi. Il giramento di palle è tale che se le avessi e mi mettessi a testa in giù, ora sarei già decollata.
Stay tuned.

I figli sò piezz’e core

1

(Spero si scriva così :D;)
Immaginate un abitacolo di un’auto, dopo due ore di tragitto e una bambina di quasi tre anni che non ha mai smesso di parlare.
Una mamma che ha dormito poco perchè i due pargoli che aveva nel lettone dell’albergo facevano wrestling nel sonno, e un pomeriggio uggioso.
“Chiara, facciamo un gioco stra-bellissimo?”
“Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!”
“Dai, si chiama il gioco del silenzio! Vince chi parla meno!”
“Mamma non vale, vince sempre Alexander”
….
….

Diritto all’istruzione

45

Quando mi confermarono che il Ministero dell’Istruzione aveva confermato le 27 ore settimanali di sostegno a scuola per Alexander, non sapevo se piangere di gioia o festeggiare. Dal momento in cui i medici mi hanno dato il via libera alla scuola pubblica, per me è stata tutta una discesa: attenuazione dei sintomi, miglioramenti nella comunicazione, vita tranquilla. E con la frequentazione dei bambini “neurotipici” la sua innata capacità di emulazione ne avrebbe tratto ancor più vantaggio.
Ovviamente non c’era un cazzo da festeggiare.
La prima settimana, ovviamente, il sostegno convocato non si è presentato sino al giovedì. Ed Alexander, senza un punto fisso, con gente nuova, insegnanti nuovi in un posto mai visto, ne ha patito non poco.
Alla fine della settimana, vengo convocata in direzione.
Tavolata, stile esame di laurea, io, quattro insegnanti, i due sostegni, direttrice (incommentabile) e vicario.
“Signora, suo figlio va rieducato
WTF???
“… e a questo proposito, da lunedì lui avrà un’aula solo per lui, così non infastidirà i compagni se vuole uscire. Tenga conto che questa è una grande fortuna, noi qui abbiamo molto spazio e possiamo dedicargliene uno”
Fortuna un cazzo. L’integrazione? L’inserimento nella società?
“Direttrice, mi perdoni, ma se quello spazio lo destinaste ai momenti in cui non ce la fa a stare in classe, quando magari c’è molto rumore, quando la sua soglia di attenzione cala e…”
“No, è escluso che resti nella sua classe sinchè venga rieducato in un apposito Istituto
Ah, allora è questo il problema? Il tuo grande cruccio è che la sua disabilità sia “attiva”, cioè solo psicologica, visto e considerato che gli altri due disabili, che lo sono anche motori, hanno tutte le ore coperte e stanno in classe. Bene. A quando un bel comunicato come questo, mia cara?
Il lunedì successivo cominciava il tempo pieno. Arrivo a scuola ed altra doccia fredda.
“Signora, non abbiamo tutte le ore coperte, purtroppo. Deve venire a prendere suo figlio a mezzogiorno, non può frequentare la mensa, nè i pomeriggi obbligatori”
Ebbravi, complimenti. Viva la scuola dell’obbligo, dove son tanto fortunata che si trovi in un edificio grande.
“Direttrice, mi perdoni. Io sono separata, non sto lavorando per curare mio figlio e farlo migliorare per fargli avere una vita, quando pensa che potrò avere 4 ore per poter avere un lavoro almeno part time al mattino, visto che fa solo 3 pomeriggi su cinque in questa scuola?”
“Noi le siamo tanto tanto grati – e mi prende la mano con un’amorevole ipocrisia che mi genera disgusto e un conato di vomito – per quello che lei sta facendo per Alexander”
Mentalmente bestemmio.
Stamattina, infine, ultima perla.
“Signora, domani Alexander ha solo un’ora coperta. Può entrare tranquillamente alle 9.30 e uscire alle 10.30″
“Ma il famoso sostegno totale che era stato stanziato?”
“Il Comune non lo ha concesso, ci ha risposto “arrangiatevi”. Alexander ha 11 ore scoperte su 27 e noi non possiamo tenerlo senza sostegno. Vada lei e veda se può fare qualcosa”
Io, ora, ne ho piene le palle. Del Comune, della Scuola, delle persone con i paraocchi che di fronte ad una diversità che non capiscono a fondo la prima cosa che fanno è evitare che questa “intacchi” i tanto preziosi bambini normali. Gli stessi bambini che adorano e cercano mio figlio, che mi vedono all’uscita di scuola e mi dicono “lo sai che Alexander è diventato bravissimo?”, che lo invitano alle feste, che lo salutano abbracciandolo quando lo trovano per strada.
Mi avete rotto i coglioni, adesso il gioco si fa duro.
Sto tirando la cinghia da mesi per farlo migliorare, io ho bisogno di un lavoro e lui ha bisogno di stare con i suoi amici, di imparare, di frequentare una scuola a cui ha DIRITTO.
Caro Sindaco, ci vediamo domani.

Me lo voglio ricordare così

2

Questo è il mio giardino ieri, dopo tre ore di hard gardening.
Da oggi è intasato di impalcature, chè si è reso necessario rifare i tetti della corte dove abito.
Le han montate stamane, mentre ero in giro per commissioni. Al mio rientro con Alexander, siamo stati accolti da un coro di muratori sessantenni che cantavano a squarciagola “Bad Romance” di Lady Gaga, ma non è tutto.
Uno si dondolava sull’altalena. L’altro scendeva dallo scivolo.
Ecco.

Sottili ironie del destino

3

Ti capitano quelle giornate in cui dovresti fare mille cose, riesci a farne una e la fai talmente male che ti cade pure tutto sul pavimento.
Quelle giornate in cui stiri. Il ferro da stiro prende fuoco. I bambini sono stranamente e fortunatamente a distanza di sicurezza.
Ma ti sei dimenticata che hai su un paio di pantajazz in misto acrilico, che con la fiammata prendono fuoco anche loro.
Allora con tutta la foga che puoi ti spogli, per non ustionarti, noncurante di quanta roba ti stia togliendo.
Poi tiri un sospiro di sollievo, mentre i figli ridono ignari del pericolo, e tutta completamente nuda scorgi dalla finestra il tuo vicino con la bocca spalancata.
Shit.

Si ricomincia.

26

Alexander adora la sua scuola.
Al mattino va in classe da solo, sorridente. Purtroppo non è un alunno modello, e se si scazza dopo qualche ora, dà di matto, magari scappa fuori dalla classe, capita che urli. Cose normali. Che si spera da oggi, con l’arrivo dell’insegnante di sostegno, vengano ridotte progressivamente.
Sono andata a prendere Chiara all’uscita dall’asilo, Alexander era a casa con la nonna. Ho sentito una conversazione che mi ha portato indietro nel tempo, alla simpatica commessa del Carrefour. Stavolta però, ho reagito male, complice sta febbre del menga che mi rende le giornate pesanti.
“Ah, la tua nipotina ha cominciato? In che classe è così la vado a salutare” dice mamma che evidentemente lavora lì, lo scoprirò domani.
“Nella sezione B. Non è dove c’è quel bambino vero?”
“Il bambino turbolento dici? No, no, ma stai tranquilla, che tanto oggi è arrivato il sostegno e dovremmo essere più tranquille”
“Per fortuna, speravo tanto non finisse in classe con lui, per l’amor del cielo sia mai…”

“Scusate, eh. Il bambino turbolento è mio figlio. E vorrei dirvi una cosa. Sono io ad essere contenta che non sia finito in classe con tua nipote, perchè se cresce come te di sicuro sarà razzista e una persona schifosa, ad allontanare chi è in difficoltà. E si che tu, che sei evidentemente extracomunitaria, come ci si senta di merda ad essere messi da parte lo dovresti sapere bene, visto dove viviamo.”

Me ne sono andata. Certo è che da oggi comincia una nuova battaglia. Ancora una volta una battaglia contro la disinformazione, l’ignoranza, la mancanza di sensibilità. Andatevene affanculo tutti.

Gettin’ older

4

I bambini hanno cominciato la scuola.
E’ stato commovente, totale, straziante.
Chiara era estasiata, un’adulta. Alexander disperato dal distacco, ma felice come non mai dopo aver capito che era una scuola “normale”.
E io mi son ritrovata travolta dagli eventi. Con un omino che mi aiuta a rifargli il letto perchè è stanco della giornata di lavoro, e una bambina che fa tre anni a dicembre che nel pomeriggio ho sentito con le mie orecchie cantare in un comprensibilissimo inglese una canzone di Florence and the Machine.
Il clou è stato il dialogo di stasera.
“Mamma, posso dirti una cosa?”
“Certo Chiara”
“Mi piace Elia”
“Ah” – mamma trasale
“Mi ha chiesto di essere la sua fidanzata”
“E tu cosa gli hai risposto?”
“Gli ho detto di si” – sorrisino malizioso
- mamma sviene
“Però è bravo mamma, mi tiene la mano”
No, a questo non ero preparata.

Trust

1

Abbandònati. Lasciati guidare. E il mondo sarà per tutti migliore.

Astri

2

“E’ buio, lì c’è la luna, la luna piena.
Adesso lei è in cielo e fa la nanna, il sole va a lavorare di notte.
Allora la luna tiene tutti i suoi bambini vicino a fare la nanna, le stelline.
Poi al mattino il sole torna, va in cielo a dormire, la luna sveglia le stelline, le porta a scuola e va a lavorare lei.”

Chiara, 32 mesi di età, stasera in macchina tornando a casa.

Bomb

13

Ci son giorni in cui davvero vorresti non esserti svegliata ed aver continuato a dormire, e sognare.
Giorni come oggi. Giorni in cui svegliarti, in realtà, fa cominciare il nuovo ennesimo incubo.
Ti ritrovi davanti una pagina da scrivere, per dirlo, per esorcizzarlo, ma lui è lì. E sanguina. Proprio lì, sopra la vena del tuo collo, e sanguina.
Io me lo ricordo, 17 anni fa, mia mamma aveva pochi anni di vita, e grazie al cielo si sbagliavano, sta ancora bene. Ma ho nella mente tutte le operazioni, io che studiavo per l’esame di maturità su quella sedia dura e scomoda del reparto oncologia, studiavo per non pensare, e non pregavo, perchè ormai la fede l’avevo persa. Ricordo le terapie, gli esami invasivi, e tutte le volte ero lì, e vedevo il demone che passeggiava, serafico, tranquillo. Sinchè otto operazioni e diverse asportazioni di grossa entità segnarono mia mamma ma lo scacciarono. A lungo.
Ricordo anche di nove anni fa, quando anche a mio padre ne sanguinò uno, sulla schiena. E l’oncologo dopo alcuni mesi disse “proviamo”. Ricordo la conta delle metastasi, ricordo quando io e mamma mettevamo le pomate per far aderire la pelle sintetica che doveva preservare la sua epidermide provata dalle radiazioni al cervello. Tutti i giorni.
Poi guardo le mie sei cicatrici. Guardo la microasportazione del mio seno sinistro e mi ricordo l’ultimo chirurgo che mi ha detto “quello va tenuto d’occhio, se cambia forma, colore o sanguina, vieni qui”.
Ho visto la gocciolina di sangue stamattina sul cuscino. No, non è stata una bella mattina.
E so cosa mi aspetta domani. Un appuntamento di urgenza con il dermatologo, un’altra asportazione, un’altra settimana di tempo per sapere se anche stavolta mi va bene. O no.
Che uno tenta sempre di cacciare i cattivi pensieri, le negatività. Poi, beh, poi capita che ti ritrovi ancora a piangere e no, non è solo congiuntivite.

Oxygen mask

6

Giovanni e Serena, nel post precedente, hanno ragione da vendere, perchè mi conoscono.
Ogni tanto mi perdo anch’io, poi basta poco e mi ritrovo. E riparto.
Ho ribaltato la casa. E quando dico “ribaltato” chi sa come sono fatta ha ben presente che metto a posto ogni anfratto eliminando ogni granello di polvere, riadattando la logistica interna dei mobili in modo quasi maniacale. Questo fintanto che la malefica influenza mi ha precluso di uscire di casa. Una casa che è maledettamente troppo grande e presto spero sarà abitata da altre persone.
Poi oggi pomeriggio, mi son fatta una lunga doccia. Mi sono infilata un paio di jeans, una tshirt nera e un paio di Adidas, senza un filo di trucco, son passata dal bancomat e sono andata al cinema.
Da sola, con me stessa, e stavo bene. Maledettamente bene.
Mi sono infilata nel sushi bar, davanti a due ragazzi che penso stessero insieme. Molto carini, biondi entrambi, con lo stesso taglio di capelli, un po’ eccentrici ma ai miei occhi romantici. La tipica coppia gay che io guardo con piacere e gli altri con disgusto, ma questa cosa non cambierà mai, così come non diminuirà l’ignoranza collettiva.
Alla fine mi son concessa la seconda delle tre sigarette che ho deciso di tollerare. Non sono dipendente dai vizi, li posso controllare. Infatti passare da 50 a 3 mi costa giusto il tempo di pensarlo e sto bene uguale, anzi, di più.
Il film di stasera, una cosa da bimbiminkia lo so, Twilight – Eclipse. Un pubblico eterogeneo, dai miei coetanei, alle cinquantenni, alla famiglia accanto a me con bambina di otto anni otto. Chiara, come la mia Chiara. Con le stesse mosse, le stesse manie, il contarsi i soldini nel portafogli per “vedere se ci sono tutti”, giocare con lo smartphone di mamma andando su iTunes ed iPod con nonchalanche, la passeggiatina per sgranchirsi le gambe “posso andare lì, vero mamma?” una cosa incredibile, al punto che mi son dovuta giustificare per il sorriso ebete che avevo nel guardarla “Ho anch’io una Chiara, son davvero uguali!”
E immergersi nel film, sorridere col protagonista, vivere un po’ di quelle sensazioni che puoi provare solo quando riesci ad immedesimarti perchè hai cuore e mente sgombri. Gioia, amore, sofferenza.
Capire che sei viva, insomma.
Così torno a casa, felice, dopo una cosa così semplice come un film, e trovo la mia gatta che mi aspetta, che entra insieme a me e sembra capire cosa mi passa per la testa.
Mi fumo l’ultima sigaretta seduta sul lavandino della cucina, con le spalle alla finestra, verso i miei gerani “Angel Eyes” e una vecchia canzone di sottofondo. Ancora sorrido. Ma si, ce l’ho fatta anche questa volta, ho sconfitto i brutti pensieri e sono pronta a ricominciare.

Ferragosto

5

Una giornata strana oggi.
Da cinque giorni non vedo i miei bambini. Non sono mai stata così tanto tempo lontana da loro, e questo mi fa stare malissimo.
Come se mi mancasse l’aria, come se nulla valesse la pena di un sorriso, di esser vissuto con gioia.
A complemento del mio stato d’animo pessimo, si è aggiunta l’influenza post settimana di ferie, una quasi visita dei topi d’appartamento e una cartella esattoriale per non farsi mancare nulla.
Prendo in mano la mia vita, tra yogurt, tisane e sciroppi, col termometro vicino al letto e la pioggia che non cessa se non per sporadici sprazzi di sole già autunnale.
Mi guardo dentro e vedo il futuro che vorrei, leggo un po’ i miei sogni.
Vedo Alexander, felice nella sua nuova scuola, che impara, con la gioia e la serenità di un bambino di sei anni.
Vedo Chiara, all’asilo, circondata da nuove amiche con cui condivide esperienze che la faranno crescere ancor più bella di quanto già sia.
Vedo me. E non vedo nulla.
Questo è il problema. Riesco a concentrarmi ed a gioire solo per quanto riguarda i miei figli, ma non ho idea di cosa sarà di me.
Sono in un limbo, senza progetti, stremata e con poche risorse. Tiro fuori le unghie solo per loro ma non riesco più a lottare per me, e ciò, no, non è un bene.
Ho tempo ancora qualche giorno, per decifrare quello che mi sta succedendo e poi, sicuramente, reagirò. Certo è che questa situazione non mi piace per nulla.

Cry

9

Chiara piange. “Mamma, ho mal di orecchie, qui!” Medicina, dieci minuti di coccole e nanna, con un “Mamma sei magica, non ho più bua…”
Ricordo le notti al pronto soccorso. Ricordo quel bambino biondo che urlava come un matto, si disperava, agitandosi senza senso. E nessuno capiva cosa gli facesse male, se un piede, l’orecchio o la pancia. Era faticoso misurargli la febbre, dovevi immobilizzarlo per dargli una medicina.
Il tiro al bersaglio delle infermiere, mille esami per diagnosticare magari una semplice influenza, che dai sintomi così confusi poteva essere tutto.
E mi viene la morte, al pensiero.
Perché nessun medico, nessuno specialista, mi potrà MAI dire o convincere che lui in quel periodo non fosse lucido, così come hanno tentato sino ad oggi di farmi pensare.
Lui capisce tutto, e a modo suo, ad esprimersi ci prova. Perché non riesce è ancora tutto da scoprire.
Chissà quante volte avrebbe voluto dirmi che la pasta la voleva senza sugo, o che preferiva una passeggiata alle giostre, o che magari era meglio la menta della liquirizia.
E altrettante volte magari, infastidita da ciò che non capivo, gli ho pure detto di smetterla, che era bello, che andava bene così.
Ma la frustrazione di questo esserino l’ha mai considerata nessuno? Io ci penso ogni istante della mia vita, immagino quante volte l’ho involontariamente mortificato, a quante volte ho tradito le sue aspettative convinta di fare il suo bene, il suo volere. E mi chiedo, da madre, come abbia fatto a non essere impazzito, a non aver perso la testa, se non negli ultimi mesi prima del controllo di Aprile.
Rifletto, mi faccio milioni di domande, e soprattutto una: perché queste cose devono succedere? Perché mi parlano di Dio, di doni, di “essere speciali”…
Cazzate, immani minchiate. Ha sofferto pene da inferno, soffre tuttora. E se sta male lui, io sono dilaniata. Ma soprattutto, ora come ora, chi me lo tocca muore.
Verrà il giorno, che lo so, ne sono certa, in cui lo riporterò in “quel posto”, e gli farò risputare tutto il veleno che ha dentro in faccia a chi lo ha trattato come un cretino. E verrà anche il giorno in cui potrà dire a sua sorella che le vuole bene, che è una rompiscatole di prima categoria, ma che lo sprona e lo incita ogni minuto della giornata.
Quel giorno, io son certa che sarà come se tutti imparassimo finalmente a volare.

Quanto c’è di tuo…

4

Finito il secondo tour di una settimana a Siena, posso affermarmi contenta dei progressi di mio figlio.
“Un miracolo” l’ha definito la terapista, incredibile il suo recupero in soli due mesi di aiuto farmacologico.
Ora Alexander è tranquillo, sereno, sorridente e collaborativo. Con chi gli sta abitualmente vicino, i suoi cari insomma.
Questo ha fatto scattare un po’ di campanelli d’allarme in chi segue la sua vicenda medica. Segnali che fanno presagire problemi, non insormontabili, ma che potrebbero precludere miglioramenti che tutti ci auguriamo arrivino solerti.
Un tipico problema di chi soffre del suo disturbo dello sviluppo è la mancata coordinazione tra occhio e mano. In sostanza si compiono gesti in maniera quasi automatica senza prestare particolare attenzione a come li si compie.
Davanti ai medici per lui questa è la prassi, pigro com’è fa quello che gli chiedono, ma gli interessa in maniera relativa, e questa connotazione viene sempre immancabilmente fuori.
Siccome io però son testa di porfido, non mi fido un cicinin di lui e so che non rientra nei suoi problemi.
Oggi ne ho avuto la certezza assoluta.
La scena è più o meno la stessa di tutte le mattine: drogato di yogurt trentini, dopo il primo vuole sempre il bis. Io glielo concedo, dopo cinque anni in cui non ha voluto toccare alcun latticino, ma a circa metà mattina. Stamattina mi salta in mente di dargli un target.
“Amore, te ne do un altro, ma solo se mi fai una collanina con queste perline”.
Allungo un ago infilato in filo di cotone, una cinquantina di perline grandi in plastica e lui mi sorride.
Due minuti due e ho una collanina, infilata con una precisione imbarazzante, senza MAI staccare gli occhi dal lavoro.
Me la porge, fa il segno di “buono” sulla guancia, che equivale a dire “dammi da mangiare o ti azzanno uno stinco” e mi sorride beffardo.
“Alex, sei un fetente però… Ti applichi solo per quello che ti piace?”
“Eh” (con la voce) “Si!” (con la testa)

A volte non so se mangiarlo di baci o riempirlo di cazzotti.

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